Alcamo, Megauto: seconda intimidazione

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ALCAMO – Torna a farsi prepotentemente vivo il racket delle estorsioni ad Alcamo. E lo fa tra l’altro con un imprenditore che già è stato nel recente passato vittima proprio del pizzo. Messaggi inequivocabili che non danno spazio a molte interpretazioni anche per la violenza con i quali sono stati portati avanti. Prima l’incendio della villetta e adesso con un bidoncino pieno di benzina lasciato davanti l’attività imprenditoriale. A salire nuovamente nelle cronache la ditta Megauto srl di viale Italia che commercia all’ingrosso e al dettaglio autovetture e autoveicoli leggeri. Ieri mattina, ma solo oggi la notizia è trapelata, il titolare dell’azienda alcamese ha trovato davanti l’ingresso dell’attività un bidoncino contenente della benzina. Il messaggio appare alquanto eloquente e trova conferma dalle primissime ipotesi investigative formulate a seguito dell’incendio doloso appiccato alla villetta di contrada Manostalla di Partinico dello scorso 29 aprile, di proprietà dello stesso titolare della concessionaria d’auto. Lo stesso imprenditore ha sporto denuncia al commissariato di polizia di Alcamo, diretto da Antonio Squillaci. La pista tracciata è quella proprio di messaggi intimidatori tipici del racket: la metodica utilizzata sembra infatti essere con chiarezza proprio questa. Lo stesso imprenditore è stato a lungo interrogato in commissariato, si è dimostrato assolutamente collaborativo rispondendo a tutte le domande degli inquirenti. Ha sottolineato di non avere mai prima di adesso ricevuto alcun segnale o avvertimento, almeno dopo quanto accaduto nel 2009 quando fu vittima di un tentativo di estorsione i cui responsabili però vennero arrestati nell’ambito dell’operazione antimafia Dioscuri: a finire dietro le sbarre dieci persone accusate di associazione mafiosa, estorsione, incendio, danneggiamento, detenzione illegale di armi ed esplosivi e ricettazione. All’epoca l’indagine ha ricostruito gli assetti del mandamento mafioso di Alcamo, controllato dalla storica famiglia mafiosa dei Melodia, strettamente legata al boss latitante Matteo Messina Denaro. A quest’ultimo i Melodia, da anni ai vertici del mandamento, avrebbero fatto riferimento in caso di dissidi con “famiglie” di altre zone. Nello specifico emerse che la Megauto fu vittima, tra le altre imprese, delle richieste pressanti di racket: al titolare della concessionaria fu chiesto un pizzo da 25 mila euro “per mettere le cose a posto”, cioè per garantirgli la protezione della cosca. Inevitabile pensare quindi che dopo la decapitazione dei vertici del mandamento locale alcamese la mafia stia cercando di ricostituire i suoi assetti per riprendere il controllo economico del territorio. Circostanze che con ogni probabilità non solo casuali in quest’ultimo periodo: proprio l’altro ieri è tornato in carcere Diego Melodia, ritenuto al vertice del mandamento tra gli anni 2006 e 2008 prima del suo arresto per scontare una pena di 17 anni e 3 mesi. Dall’indagine Dioscuri emerse che proprio Diego Melodia aveva il controllo del racket. Possibile anche che quanto accaduto al titolare della Megauto sia un segnale da parte degli affiliati all’imprenditoria locale per evidenziare che la cosca è ancora viva e vegeta.

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