Operazione “Ruina”, 13 arresti per mafia a Calatafimi. Sindaco indagato per corruzione elettorale

Facevano riferimento a Nicolò Pidone, 58 anni, capo della locale famiglia mafiosa di Calatafimi, già condannato a sei anni e mezzo nell’ambito dell’indagine Crimiso che  aveva portato all’arresto di alcuni affiliati anche alle famiglie di Castellammare del Golfo e di Alcamo, i 13 arrestati, durante la notte, dagli abenti dello SCO e delle Squadre Mobili delle Questure di Trapani e Palermo. E’ stata la DDA di Palermo, nell’ambito di un’operazione denominata Ruina, ad emettere i fermi nei confronti di altrettanti indagati, di cui alcuni vicini al latitante Matteo Messina Denaro, accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, incendio, furto, favoreggiamento personale e corruzione elettorale, aggravati dal metodo mafioso o comunque per essere stati finalizzati a favorire Cosa Nostra.

Il blitz è stato messo a segno grazie all’utilizzo delle più recenti e sofisticate tecnologie che hanno permesso di ricostruire una fitta rete di affiliati e fiancheggiatori della compagine mafiosa calatafimese. Pidone, ritenuto il capo dell’organizzazione, riceveva gli amici riservatamente all’interno di una fatiscente dependance attigua alla sua masseria. In quel contesto venivano prese importanti decisioni sulle dinamiche criminali del territorio e sui dissidi nascenti all’interno della locale comunità rurale. La polizia ha anche monitorato rapporti extra mandamentali, a dimostrazione di un certo scompaginamento dei tradizionali equilibri causato dalla pressione degli apparati repressivi. Tra gli indagati spiccano infatti anche i nomi di personaggi già condannati per mafia come Rosario Tommaso Leo, residente a Marsala, ma anche il cugino Stefano, a carico del quale sono stati documentati contatti recenti con il rappresentante della famiglia di Calatafimi. Tra coloro che invece favorivano gli incontri e le comunicazioni, il quarantaseienne imprenditore agricolo Domenico Simone di Vita.

Nelle maglie delle indagini è finito anche il sindaco di Calatafimi, Antonino Accardo, indagato per estorsione e corruzione elettorale, aggravati dal metodo mafioso. Dalle alcune intercettazioni sarebbe emerso che avrebbe pagato 50 euro a voto per le elezioni amministrative dello scorso anno. Accardo è finito nei guai giudiziari dopo quelli toccati al suo predecessore, Vito Sciortino. Oltre a Pidone, i due Leo e Simone, sono stati fermati anche Salvatore Barone, fino alla scorsa estate presidente del Consiglio di Amministrazione dell’azienda per i trasporti Atm di Trapani, Gaetano Placenza allevatore, come Barone nella compagine direttiva della cantina Kaggera, l’imprenditore Leonardo Urso, enologo marsalese.

In manette anche l’imprenditore agricolo Andrea Ingraldo, di origini agrigentine, accusato di avere assunto fittiziamente il leader della famiglia di Calatafimi Nicolò Pidone. Fermato anche Giuseppe Gennaro, volto già noto in questi ambienti. Destinatario di fermo anche il trentasettenne calatafimese Ludovico Chiapponello, indagato per aver favorito l’associazione mafiosa mediante l’effettuazione di un’attività di bonifica, finalizzata alla rilevazione della presenza di eventuali microspie all’interno della fatiscente dependance del capo della famiglia mafiosa Nicolò Pidone. Tra gli indagati pure un appartenente alla Polizia Penitenziaria, cui è contestato il reato di rivelazione di segreto d’ufficio, commesso al fine di agevolare Cosa Nostra.