Valle del belice, 46 anni dopo il sisma ancora macerie

TRAPANI – Valle del Belice, dove il tempo si è fermato. Esattamente a quel 15 gennaio del 1968, quando la terra tremò e distrusse gran parte del territorio trapanese: Gibellina, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Vita e Salemi. 46 anni dopo il tempo sembra quasi essersi fermato. La ricostruzione è stata molto parziale, gli interventi dello Stato a singhiozzo e gran parte del territorio non è mai più stato recuperato ma lasciato a marcire tra i ruderi. Nel mezzo anche tante promesse, l’ultima quella del governo nazionale di fare arrivare altri 30 milioni di euro da destinare proprio alla ricostruzione. Potrebbero sembrare tanti ma basta dare uno sguardo attorno a questa martoriata terra per accorgersi che questa cifra non è altro che una goccia nel mare. Il mare è quello delle macerie mai rimosse che hanno sommerso non solo la terra ma anche le coscienze. Gibellina, così come tanti altri comuni del comprensorio sfregiati da quel terribile sisma di quasi mezzo secolo fa oramai, è diventato un paese di anziani, dove spazio per le speranze dei giovani non ce n’è più. La realtà oggi è agghiacciante. Quei 30 milioni promessi, che appaiono oramai come l’ultima tranche di fondi per la ricostruzione, sempre che mai arriveranno, non potranno mai bastare neanche per recuperare uno solo dei territori terremotati. A Vita, così come a Poggioreale o a Salapatura, ci sono situazioni davvero incredibile, non certamente pensabili nel terzo millennio. Qui ancora esistono pozzi neri al posto della rete fognaria, gruppi elettrogeni, cavi volanti e luci da cantiere al posto delle linee elettriche. Autobotti che suppliscono all’assenza della rete idrica. Banchi di terra al posto di strade e marciapiedi. In questa valle di lacrime si continuano a reclamare diritti ancora negati: finanziamenti non stanziati se non in piccole tranche erogate a singhiozzo, opere di urbanizzazione primaria non ancora realizzate. Nella zona c’è chi ha già ultimato la propria casa anticipando le somme in attesa dei finanziamenti statali, altri hanno eretto solo le fondamenta, altri ancora neppure quelle. Recentemente è stato depositato in Senato un ddl per dichiarare Gibellina “monumento nazionale”: “E’ l’unico modo concreto per promuovere un centro artistico di valore mondiale e per contrastare un degrado insopportabile”, ha spiegato il primo firmatario Andrea Marcucci, presidente della commissione Cultura del Senato. Tra le tante promesse post-ricostruzione c’è da menzionare a livello emblematico lo stanziamento del finanziamento, stimato nel 2006 dal parlamento per un importo di 450 milioni di euro, necessario al completamento della ricostruzione e alla realizzazione delle opere pubbliche. In otto anni, dei 300 milioni di euro previsti per l’edilizia privata e dei 150 milioni di euro da destinare alle opere pubbliche, sono stati stanziati, nella legge di stabilità 2013 soltanto 45 milioni di euro di cui solo 10 trasferiti nelle casse comunali e utilizzati per l’edilizia privata. Anche la Regione ha le sue colpe: a distanza di un anno dagli impegni assunti tarda a costituirsi la commissione speciale sul Belice in cui i sindaci dovrebbero essere chiamati ad affiancare il governo siciliano nell’attività di programmazione per l’utilizzo dei fondi strutturali comunitari 2014-2021.

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