Trattativa Stato-mafia, depone pentito alcamese

Era considerato un boss di prima grandezza. Elemento di spicco dello zoccolo dura dell’ala stragista dei corleonesi. Un mafioso che durante le riunioni della cupola poteva permettersi il lusso di contraddire Totò Riina, al quale era legato da amicizia così come col cognato del boss dei corleonesi Leoluca Bagarella.  E lo stesso super killer Bagarella spifferava ai quattro venti i suoi legami di amicizia . Il boss è l’alcamese  Giuseppe Ferro, pentitosi nel 1997, che tra i suoi arresti figura la cattura assieme a Vincenzo Milazzo, poi ucciso, nel cortile del magazzino di contrada Virgini, dove venne scoperta, quella che gli inquirenti, definirono la più grande raffineria d’Europa.  Imputato per le stragi del 1993, coprì nell’isolamento del carcere che quel figlio, laureato in medicina, era diventato un collaboratore di giustizia. Quando durante un’udienza per le stragi del 1993 il pubblico ministero gli riferì che: “suo figlio Vincenzo stava  collaborando con la giustizia…”. “Mio figlio? Ma che state dicendo… mio figlio non è’ mafioso, come può’ collaborare?”, gridò forte. E’ come se il mondo gli fosse crollato addosso. Giuseppe Ferro capo mandamento di Alcamo e imputato a Firenze per le stragi del 1993”  scoprì, nell’isolamento del carcere, che quel figlio, laureato in medicina, per il quale aveva desiderato un futuro lontano dalla lupara e dalle manette, “era  diventato un infame”. Poi il grande saltò del boss, nel settembre del 1997, quando per la prima volta, almeno nella provincia di Trapani, a pentirsi non è’ un giovane uomo d’onore insofferente al carcere duro, bensì un personaggio di spicco della vecchia guardia, abituato alla sofferenza del carcere dove è’ stato rinchiuso per lunghi anni simulando di essere gravemente malato. L’escamotage dell’infermità  gli ha permesso di tornare per diverse volte in libertà. Il pentimento del figlio lo indusse al grande salto ovvero a diventare con le sue dichiarazioni un importante collaboratore perchè conosceva i più reconditi misteri di cosa nostra. Giuseppe Ferro è entrato nel processo sulla trattativa Stato-Mafia, ripreso ieri a Palermo con due testimonianze in video conferenza quelle del palermitano Giovanni Ciaramitaro e dell’alcamese Giuseppe Ferro al quale per la preparazione della strage a Firenze, venne chiesta la sua partecipazione. “Mio figlio mi disse di essere stato contattato da Calabrò (Gioacchino Calabrò, boss di Castellammare del Golfo) perché voleva essere accompagnato a Firenze e sapeva che mio cognato viveva lì – spiega Ferro e serviva un appoggio per due persone. Mio cognato accettò, ma quando arrivarono li mandò via”. Successivamente, prosegue “mi incontrai con Gino Calabrò, io dissi che mio cognato era una cosa inutile, faceva un discorso al giorno e se ci fossi stato io avrei trovato loro un appoggio migliore” confermando che le circostanze descritte erano strumentali alla preparazione della strage in via dei Georgofili. A giugno, continua Ferro “andai ad una riunione a Bagheria insieme a Calabrò, c’erano anche Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella, lui mi disse che questi fatti erano ‘discorsi sigillati’, non se ne poteva parlare nemmeno con i più intimi”.  Dopo la bomba a Firenze, dichiara ancora il pentito, “Bagarella mi disse che c’era una possibilità a Bologna, perché sapeva che lì avevo un fratello di mio cognato. Quando mi chiese un appoggio parlai espressamente” sconsigliando la politica di colpire vittime innocenti perché “qui muoiono donne e bambini. Bagarella mi rispose ‘vogliono che facciamo scruscio’ (rumore, ndr). Non chiesi chi fosse a volerlo, per queste domande in Cosa nostra puoi morire. Poi però la cosa si arenò”. Parlando poi dei maltrattamenti dei boss detenuti al supercarcere di Pianosa, “una cosa che ci bruciava a tutti”, Ferro ricorda che in Cosa nostra “emerse la necessità di raccogliere quante più informazioni sulle guardie carcerarie per eliminarne qualcuna. Poi le cose si fermarono, i detenuti stessi mandarono a dire di non essere d’accordo”.