Scarcerazioni, fra i 300 anche un aguzzino di Di Matteo. Il bimbo prigioniero anche a Castellammare

Polemiche di fuoco fra il ministro della Giustizia e il PM Nino Di Matteo, abbandono di Basentini dalla carica di direttore del DAP e sua sostituzione con l’ex pm di Marsala, Dino petralia. La scarcerazione di circa 300 pericolosi mafiosi negli ultimi giorni, anche alcuni ergastolani, ha sollevato un putiferio che potrebbe anche far saltare la poltrona del ministro mazarese. Fra gli scarcerati c’è anche Franco Cataldo, 85 anni, condannato all’ergastolo per concorso nel sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo. Al detenuto, che stava scontando la pena nel carcere milanese di Opera, sono stati concessi gli arresti domiciliari per motivi di salute. Insomma per il rischio di contrarre il coronavirus.

Cataldo era stato arrestato con diversi altri mafiosi dopo la scoperta del bunker sotterraneo, in un casolare di San Giuseppe Jato, dove era stato segregato nell’ultimo periodo del sequestro il figlio del pentito Santino Di Matteo, prima di essere strangolato e disciolto nell’acido per volere del boss jatino, Giovanni Brusca. Secondo l’accusa uno dei covi utilizzati per nascondere il bambino sarebbe stata proprio una masseria di proprietà di Cataldo dove il piccolo Giuseppe Di Matteo rimase prigioniero, per due mesi nel 1994, sulle Madonie.

Il madonita, adesso scarcerato, era stato incaricato da Brusca di costruire nella sua fattoria una “prigione” con una porta in metallo. Il madonita, figlio di un pentito, si era mostrato felice di mettere la sua proprietà a disposizione dei carcerieri. Insomma i mafiosi facevano a gara per accaparrarsi almeno un giorno di custodia di quel bambino: sembrava che volessero guadagnarsi qualche bollino di presenza.

Il piccolo Di Matteo nei suoi 779 giorni di prigionia e di calvario venne trasferito in diversi nascondigli in giro per la Sicilia, tra questi anche un piccolo bagno di una casa di Castellammare del Golfo. Secondo la sentenza del processo la casa venne messa a disposizione dal Agostino Lentini e a sorvegliare il piccolo andava anche Michele Mercadante. Molti dei boss coinvolti in questa orribile vicenda sono stati condannati all’ergastolo, tra questi anche Giovanni Brusca, esecutore materiale dell’omicidio di un bambino di 11 anni che, quando venne prelevato dai mafiosi di Altofonte, li accolse con un ampio sorriso, convinto di raggiungere il papà. Invece raggiunse la terribile morte.