Paolo Borsellino, nel trapanese tappa strategica

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Fu il primo a capire la stretta connessione tra la mafia stragista corleonese e quella trapanese di Ciccio Messina Denaro. Tanto da farsi trasferire appositamente alla procura di Marsala per ottenere l’indipendenza investigativa e per conoscere da vicino le nuove dinamiche della mafia siciliana. A Paolo Borsellino va dato il merito di avere avuto da sempre un fiuto unico nel capire la metamorfosi di Cosa nostra. Ed è proprio questo che oggi si rimpiange di questi magistrato, cui oggi ricorre il 21° anniversario della strage di via D’Amelio in cui perse la vita Borsellino e la sua scorta sotto i colpi del tritolo.

Proprio in provincia di Trapani Borsellino ha segnato una delle sue tappe più importanti. Il 19 dicembre del 1986 il magistrato chiese ed ottenne di essere nominato Procuratore della Repubblica di Marsala. Non a caso proprio per quel lavoro di inchiesta nel settembre del 1991 la mafia aveva già abbozzato progetti per l’uccisione di Borsellino. A rivelarlo fu Vincenzo Calcara, picciotto della zona di Castelvetrano cui la Cupola mafiosa, per bocca di Francesco Messina Denaro, aveva detto di tenersi pronto per l’esecuzione, che si sarebbe dovuta effettuare o mediante un fucile di precisione, o con un’autobomba. “Assai onorato dell’incarico”, che gli avrebbe consentito la scalata di qualche gradino nella gerarchia mafiosa, il mafioso attendeva l’ordine di entrare in azione come cecchino qualora si fosse propeso per questa soluzione.

Da considerare che la nomina di Borsellino a Marsala superava il limite ordinariamente vigente del possesso di alcuni requisiti principalmente relativi all’anzianità di servizio. E da qui si innescò l’eterno dilemma attorno alla figura dei magistrato, in realtà oggi neanche sopita. Secondo il collega di Borsellino, Giacomo Conte, la scelta di decentrarsi e di assumere un ruolo autonomo rispondeva ad una sua intuizione per la quale l’accentramento delle indagini istruttorie sotto la guida di una sola persona esponeva non solo al rischio di una disorganicità complessiva dell’azione contro la mafia, ma anche a quello di poter facilmente soffocare questa azione colpendo il magistrato che ne teneva le fila; questa collocazione, “solo apparentemente periferica”, fu secondo questo autore esempio della proficuità di questa collaborazione a distanza. Di parere difforme fu addirittura il celebre Leonardo Sciascia il quale in un articolo pubblicato su Il Corriere della Sera il 10 gennaio del 1987, si scagliò contro questa nomina invitando il lettore a prendere atto che “nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso”. Borsellino tirò dritto per la sua strada essendo consapevole dei rischi che correva. In un’intervista alla Rai, poco dopo la morte dell’amico e collega Giovanni Falcone, ammise si essere consapevole di essere un “morto che cammina”