Palermo, Corte d’Appello Riprendono processi per due omicidi ad Alcamo

0
1483

Accompagnamento coatto per ascoltare l’ultimo di sei testimoni che prima della pausa estiva hanno deposto davanti ai giudici della Corte d’Assise d’appello di Palermo dove si sta svolgendo il processo di secondo grado per l’omicidio dell’ alcamese Enrico Coraci, avvenuto, nel novembre di due anni fa, nella zona del Villaggio Regionale. L’accompagnamento coatto è stato disposto poiché il testimone, regolarmente convocato, non si è presentato davanti ai giudici. Per l’omicidio Coraci sono stati condannati all’ergastolo i fratelli Francesco e Vincenzo Gatto. La deposizione del testimone, prevista per stamane  alla ripresa delle udienze, potrebbe chiarire definitivamente il movente dell’efferato delitto. Dopo la deposizione del teste,   la requisitoria del Procuratore generale, gli interventi dei difensori, che rappresentano la famiglia Coraci costituitasi parte civile, e infine l’arringa degli avvocati dei due fratelli. Nell’ultima udienza dello scorso mese di luglio ha deposto l’alcamese Claudio Monticciolo, frequentatore della panineria “Fame chimica” di piazza della Repubblica, successivamente chiusa, dove sarebbe iniziata la discussione tra Enrico Coraci e i fratelli Gatto. Monticciolo dopo vari tentennamenti e marce indietro ha affermato davanti alla Corte d’Appello di avere assistito al delitto confermando che a sparare sarebbe stato Francesco Gatto mentre Vincenzo lo avrebbe “invitato” a stare zitto. Un delitto che turbò l’opinione pubblica. La famiglia Coraci, commercianti di abbigliamento sono molto conosciuti ad Alcamo. Ma quella di oggi davanti ai giudici della Corte d’appello di Palermo è una giornata di udienze e inizio di processi per delitti consumati ad Alcamo. Infatti se proseguono le udienze per il delitto Coraci, la cui sentenza è prevista fra un mese, stamane inizia il processo d’appello nei confronti della messicana Aminta Altamirano Guerrero, condannata in primo grado a 24 anni per l’uccisione del figlio Lorenz, trovato morto, il 13 luglio 2015, nel suo letto dell’abitazione della via Amendola dove viveva affrontando quotidiane difficoltà per motivi economici  e veniva aiutata dalle parrocchie e dalla Caritas. Dalla motivazione della sentenza di primo grado viene fuori la trama di una tragedia greca. Aminta avrebbe ucciso il figlioletto per vendicarsi del compagno, che l’aveva lasciata ed era andato a vivere in Germania, lavorando come pizzaiolo.  Il compagno Enzo Renda in Germania avrebbe allacciato una relazione con un’altra donna. Secondo la sentenza di primo grado sarebbe stata la donna a somministrare a Lorenz il contenuto, rivelatosi mortale, di un flaconcino con medicinali. Secondo i difensori Saro Lauria e Caterina Gruppuso  sarebbe stato il bambino ad ingerire i medicinali, mentre la mamma dormiva, perché sul flaconcino ci sarebbero le impronte digitati del bambino e quindi chiederanno l’assoluzione. La donna si è sempre professata innocente.