Covid-19, fine della pandemia. Nel trapanese, secondo l’OMS, mancano solo 3 giorni

25 giorni senza alcun nuovo contagio, secondo l’OMS ne servono 28 per dichiarare terminata una pandemia. La provincia di Trapani è praticamente a un passo: mercoledì, a Dio piacendo, si potrebbe festeggiare. Inoltre nessun “ancora positivo” risiede più nel trapanese, territorio che quindi potrebbe già essere dichiarato interamente “covid-free”. L’unico caso non ancora negativizzatosi, quello di un castelvetranese, è infatti ospitato negli alloggi covid del San Paolo Palace Hotel, a Palermo.

Sono trascorsi ben 78 giorni da quel primo positivo, un insegnante di Marsala che trascorso una breve vacanza in Lombardia, che gettò nella preoccupazione l’intera provincia trapanese. Da allora, all’apice dell’attività di contagio, si registrarono giorni in cui il dato complessivo dei positivi raggiunse quota 100, sparpagliati fra vari Comuni. Di questi ben 45 fra Alcamo e Salemi, gli unici due luoghi in cui venne superata la doppia decina.

Altra riflessione che fa ben sperare è quella che riguarda il periodo trascorso dalle prime riaperture, quelle riguardante l’avvio della cosiddetta Fase 2, il 4 maggio. Ben 20 giorni senza alcun nuovo contagio ma anzi pieni di guarigioni a raffica. Alcamo, Salemi, Valderice e Trapani, i  centri andati in doppia cifra, hanno tutti quanti azzerato le positività. Stessa cosa in tutti gli altri comuni della provincia e, ovviamente, nessuna traccia del virus in quelle comunità soprattutto belicine, mai sfiorate dal covid-19.

A causa della pandemia, la provincia più occidentale della Sicilia piange però cinque vittime. Non sono state tantissime ma fa sempre molto male che cinque persone perdano la vita. Tra queste anche due anziani alcamesi, un uomo e una donna, deceduti in ospedale: il primo al Sant’Antonio Abate di Trapani e la seconda a Villa Maria Eleonora a Palermo. Alcamo è stata anche ferita dalla perdita di altri suoi cinque figli, tutti emigrati da anni in Lombardia, Piemonte e Svizzera. Fra loro anche Nino Buttafuoco, uno dei tanti medici di famiglia, morti sul campo di battaglia, nella bergamasca, per non interrompere il sostegno ai suoi assistiti.