Alcamo-Operazione Dirty Affairs: tra gli arrestati Pasquale Perricone

 

Dalle prime ore di questa mattina, decine di finanzieri del Comando Provinciale di Trapani stanno dando esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip presso il Tribunale di Trapani, su richiesta della Procura della Repubblica, nei confronti dei presunti componenti di un’associazione per delinquere responsabile di numerosi reati contro il patrimonio e contro la pubblica amministrazione. Il provvedimento prevede la custodia in carcere per quattro persone: Pasquale Perricone, 61 anni, Girolama Maria Perricone di 49 anni, Marianna Cottone di 33 anni, Emanuele Asta 54 anni; gli arresti domiciliari per Francesca Cruciata 58 anni e Mario Giardina di 52 anni; il divieto di esercizio di attività professionale per Domenico Parisi, 50 anni, nonché il sequestro di beni e disponibilità finanziarie. È l’epilogo di una lunga e delicata indagine portata avanti dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Trapani e dalla Tenenza di Alcamo, scaturita dal fallimento della società Nettuno soc. consortile arl, incaricata dei lavori di riqualificazione del porto di Castellammare del Golfo. L’inchiesta, diretta dalla Procura di Trapani avrebbe svelato in primis la natura “fraudolenta” di quella bancarotta che avrebbe provocato una distrazione di somme per circa 4 milioni di euro. Successivamente sarebbe emersa la figura di Pasquale Perricone, quale amministratore occulto della società fallita, così come anche della “CEA Soc. Coop.”, aggiudicataria dell’appalto, insieme alla CO.VE.CO Srl (società già nota alla cronaca per la vicenda del Mose di Venezia). Perricone, pur non figurando ufficialmente nella compagine di alcuna società, sarebbe stato, scrive la Procura: «regista di quella scellerata operazione imprenditoriale, voluta e pianificata sin dall’inizio con il preciso scopo di appropriarsi e disperdere in mille rivoli non tracciabili le ingenti risorse di denaro pubblico affluite nelle casse della “C.E.A. Soc. coop”» e destinate alla realizzazione dell’opera pubblica. Le indagini hanno messo in luce uno spaccato particolarmente allarmante: sarebbero infatti emerse, non solo le logiche ed i soggetti che in concreto avrebbero organizzato e pilotato il lucroso “affare” dei lavori nel porto di Castellammare, ma anche l’esistenza nella realtà alcamese di un gruppo ristretto di persone che nel settore imprenditoriale avrebbe operato ed opererebbe in modo spregiudicato ed in totale violazione della legge, nel tentativo di accaparrarsi appalti e finanziamenti comunitari. Più in dettaglio, precisa la Procura: «è stata messa in luce l’esistenza di un vero e proprio “comitato di affari” suscettibile di influire prepotentemente sulla gestione politica ed amministrativa del Comune di Alcamo (soprattutto nella assegnazione degli appalti pubblici) e che, come effetto della sua capacità di penetrazione nel tessuto socio economico di quella collettività, ha esteso il suo condizionamento tentacolare anche ad un altro fondamentale centro di potere locale, rappresentato dalla Banca di Credito Cooperativo “Don Rizzo” (determinandone nel 2014 le nomine del CdA e influenzandone le scelte)». Tra i personaggi di spicco del “comitato d’affari”, gli inquirenti indicano proprio Pasquale Perricone, imprenditore edile e già vicesindaco del Comune di Alcamo. Lo stesso Perricone, già in passato era stato additato da alcuni collaboratori di giustizia come contiguo alla locale famiglia mafiosa dei Melodia di Alcamo. E per un determinato periodo, questi sembrerebbe essere stato persino “uomo di riferimento” dei Melodia in campo imprenditoriale ed all’interno dell’Amministrazione comunale di Alcamo. Anche in questa indagine gli elementi indiziari affiorati, affermano gli investigatori, «lascerebbero presumere che il Perricone nella propria ascesa imprenditoriale e politica si sia consapevolmente avvantaggiato del beneplacito della famiglia mafiosa dei “Melodia”». Tra i reati contestati a Perricone anche quello di aver lucrato sui fondi stanziati per la “formazione professionale” mediante la creazione di una fitta rete di società (tutte intestate a prestanomi ma di fatto a lui riconducibili) responsabili di aver simulato l’organizzazione di numerosi corsi professionali “fantasma” al duplice fine di ottenere illecitamente ingenti finanziamenti pubblici e, allo stesso tempo, assegnare posti di lavoro in cambio di favori o altre utilità. Perricone, promettendo posti di lavoro o incarichi professionali all’interno delle società da lui gestite, sarebbe riuscito a corrompere un funzionario direttivo del Centro per l’Impiego di Alcamo, Emanuele Asta (anche lui finito in carcere) in cambio della disponibilità di quest’ultimo ad attestare falsamente la regolarità dei corsi fantasma, preannunciando la data e l’ora delle ispezioni “a sorpresa”. Complessivamente sono 32 le persone coinvolte nelle indagini per reati che vanno dall’associazione per delinquere, alla corruzione aggravata, bancarotta fraudolenta, abuso d’ufficio, intestazione fittizia di beni fino alla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.