Alcamo-Omicidio Coraci, l’abbreviato ai fratelli Gatto non li salva da possibile ergastolo

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“Uno era rannicchiato dietro un muretto con il fucile tra le mani, l’altro quando mi ha visto ha fatto cenno di stare in silenzio”: parole pesanti come un macigno quelle del “super testimone” dell’omicidio di Enrico Coraci, consumato ad Alcamo in via Ruisi nella notte del 21 novembre del 2015. Parole, confermate anche dalle intercettazioni ambientali, che rischiano di far fare ai due fratelli Francesco e Vincenzo Gatto il carcere a vita. Per entrambi infatti incombe l’udienza fissata al prossimo 21 dicembre nel corso della quale è prevista la requisitoria del Pm e che potrebbe essere quella della richiesta di ergastolo per entrambi. Il rito abbreviato, concesso dal gip nei giorni scorsi, potrebbe infatti non bastare ai due fratelli per evitare di stare in gatta buia per sempre. Le contestazioni nei loro confronti sono d’altronde altrettanto pesantissime e fanno presagire per l’appunto che la richiesta sarà quella dell’ergastolo: premeditazione, futili motivi e uso dell’arma. Giustizia è quella che chiedono i familiari di Coraci, a pochi giorni dal primo amaro anniversario dalla sua scomparsa. Enrico, 34 anni, è morto esattamente due giorni dopo l’agguato che gli era stato preparato dai fratelli Gatto a causa delle gravissime ferite riportate dopo l’esplosione di un colpo di fucile calibro 12 in pieno petto da distanza ravvicinata. A premere il grilletto sarebbe stato Francesco Gatto, 30 anni, che ha tentato di autoaccusarsi e di scagionare il fratello. Tentativo non riuscito anche perché le indagini-lampo dei carabinieri e della Procura hanno consentito di rafforzare e solidificare il quadro probatorio: Vincenzo Gatto, 23 anni, sapeva ciò che il fratello stava per fare. Fece il gesto di stare in silenzio al “super testimone” con cui non ci sarà più il confronto che era stato chiesto dall’avvocato difensore dei due fratelli: nei giorni scorsi, infatti, il Gip ha rigettato la richiesta del rito abbreviato “condizionato” al confronto tra gli imputati e per l’appunto il testimone che avrebbe assistito alla lite tra Coraci e i suoi due carnefici prima in un locale di piazza della Repubblica e poi all’esecuzione in via Ruisi. Confronto che evidentemente è stato considerato “superfluo” dal momento che gli inquirenti hanno ascoltato più volte questo “super testimone” le cui dichiarazioni hanno perfettamente collimato con lo sviluppo delle indagini e quindi ritenuto assolutamente attendibile. Omicidio che sarebbe maturato per questioni di droga: i Gatto rivendicavano il mancato pagamento di alcune dosi da parte di Coraci o di un suo amico, aspetto questo ancora da chiarire. Da qui sarebbe nato un diverbio e poi l’aggressione di Coraci ai Gatto con tanto di cazzotto. Uno “sgarro” che i due fratelli hanno restituito con gli interessi, uccidendo il 34enne.