Alcamo-Morte Lorenz, per la mamma niente ergastolo: 24 anni di carcere

Niente ergastolo ma Aminta Altamirano Guerrero viene riconosciuta colpevole della morte del figlioletto Lorenz Renda, trovato morto nel letto di casa ad Alcamo nel luglio del 2014. Ieri sera la Corte d’Assise di Trapani, presieduta da Angelo Pellino, ha ingflitto alla donna 24 anni di carcere. Ora resta da capire quali le attenuanti che sono state riconosciute dal momento che l’accusa aveva chiesto l’ergastolo. Il deposito delle motivazioni è atteso entro i prossimi 90 giorni. Nel contempo la Guerrero è stata anche condannata a risarcire il padre del bimbo, l’ex marito Enzo Renda, con 50 mila euro e con 20 mila euro a testa i nonni. Alla fine non ha retto la tesi della difesa, rappresentata dagli avvocati Baldassare Lauria e Caterina Gruppuso, i quali sostenevano che la morte del bimbo di 5 anni non sarebbe stata causata dalla madre. Aminta Guerrero non è mai uscita dal carcere, sin dal giorno del ritrovamento del corpo senza vita del figlioletto: sin da subito la polizia raccolse a suo dire schiaccianti contro la donna. Dentro l’appartamento in cui viveva con il bimbo fu ritrovato un flacone vuoto di un farmaco antidepressivo, utilizzato dalla madre, e un foglio con su scritto intenzioni suicide per sè e per il figlio. Secondo la ricostruzione degli inquirenti la Guerrero, depressa per la separazione dal marito e per le condizioni economiche di indigenza in cui viveva, aveva deciso di farla finita. Per questo fece ingoiare dosi massicce di farmaco al bimbo ma poi, sostiene nella sua ricostruzione la procura, forse la donna non ebbe il coraggio di uccidersi oppure andò qualcosa storto e rimase comunque viva. Poi fu la stessa donna, all’alba dell’indomani, a lanciare l’allarme per la morte dei figlio. La difesa invece ha sostenuto che il farmaco in realtà lo avrebbe ingerito autonomamente il bambino, in un attimo di distrazione della madre. Dall’esame autoptico sul corpo di Lorenz venne sancito che il bimbo morì a causa di una dose letale di questo farmaco antidepressivo. Le tracce del dna del bimbo sono state trovate, secondo quanto relazionato dai periti nominati dalla Corte, sul tappo e sulla boccetta contenete il farmaco e persino all’interno del collo del flacone. Gli inquirenti che hanno ricostruito la triste vicenda hanno invece sempre affermato che ci fossero incongruenze nel racconto della madre che durante l’interrogatorio sarebbe caduta più volte in contraddizione. Inoltre l’antidepressivo in questione era dotato di una chiusura di sicurezza che, a detta del commissariato di polizia di Alcamo, non poteva essere aperto da un bambino di appena 5 anni. L’imputata invece ha sostenuto anche nel corso del processo che il figlioletto avrebbe ingurgitato il farmaco in dose letale senza che se ne fosse accorta e quando all’indomani mattina era andata a chiamare il bimbo che ancora era a letto lo ha trovato senza vita.