L’alcamese Vito Nicastri (nel riquadro) avrebbe finanziato la latitanza di Matteo Messina Denaro, il padrino di Cosa nostra latitante dal 1993. Nicastri, 61 anni, “il signore del vento” come lo definì alcuni anni fa il Financial Times, è stato arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Palermo stringono il cerchio attorno alla rete di complicità che continua a proteggere il capomafia condannato all’ergastolo per le stragi di Roma, Milano e Firenze del 1993. Questa notte, un blitz dei carabinieri del comando provinciale di Trapani, del Ros e della Dia ha portato in carcere 12 persone ritenute appartenenti alle famiglie mafiose di Vita e Salemi. Individuati i nuovi colonnelli del superlatitante sul territorio, Salvatore Crimi e Michele Gucciardi, ma anche altri gregari, piccoli e grandi, erano gli snodi dell’organizzazione di Messina Denaro. A venire fuori soprattutto il fatto che la mafia trapanese continua a cercare buoni investimenti. L’ultimo progetto puntava a realizzare un’innovativa piantagione di alberi di Paulownia. L’imprenditore boss Girolamo Scandariato, figlio del capomafia di Calatafimi, aveva anche trovato i 22 ettari su cui realizzare l’affare, un grande appezzamento della famiglia del senatore Antonio D’Alì. A trattare i dettagli dell’affitto del terreno arrivò direttamente proprio l’ex sottosegretario al ministero dell’Interno. Un video dei carabinieri del nucleo investigativo ha immortalato l’incontro, il 5 settembre 2014: diventerà presto un altro elemento a sostegno della richiesta di soggiorno obbligato avanzata dalla Procura per l’esponente politico ritenuto “socialmente pericoloso”. D’Alì non risulta indagato nella nuova indagine, ma Scandariato è stato arrestato. Un’inchiesta che si fonda anche sulle parole di Lorenzo Cimarosa, il cugino acquisito di Messina Denaro che cinque anni fa ha deciso di rompere con la sua famiglia dopo essere finito in manette. Ha parlato di una “borsa piena di soldi” consegnata da Nicastri a quanto pare per sostentare la latitanza di Messina Denaro. In quella borsa “piena di soldi” c’erano i guadagni di un grande vigneto che Nicastri aveva comprato a un’asta giudiziaria, un terreno degli eredi dei cugini Nino e Ignazio Salvo, un tempo potenti colletti bianchi di Cosa nostra, oggi i loro parenti sono vittime di estorsione. Avrebbero voluto espiantare i vigneti e utilizzarli in un altro fondo, ma i boss lo impedirono, con una visita dal tono minaccioso. Ad essere ricostruita anche la vendita nel 2012 di una grande proprietà intestata a Giuseppa Salvo, la moglie di Antonio Maria Salvo, il nipote di Ignazio, che viene messa all’asta per quasi 139 mila euro. Sessanta ettari di vigneti che vengono acquistati da Roberto Nicastri, il fratello di Vito, il vero dominus dell’affare. Terre che vengono presto rivendute a una società di San Giuseppe Jato ritenuta vicina ad ambienti mafiosi. Intanto, la signora Giuseppa Salvo fa richiesta all’assessorato regionale all’Agricoltura di espiantare i vigneti, per poter poi rivedere i diritti di reimpianto e ottenere anche i relativi finanziamenti. Ma a quei vigneti sono interessati anche i boss. E una sera, a casa Salvo, si presenta direttamente il capomafia Michele Gucciardi il quale convince con la forza dell’intimidazione a cedere quel fondo agricolo ad altre persone.

TRATTO DA “LA REPUBBLICA”

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