Vittime e carnefici di una guerra civile

     

    di Antonio Pignatiello

     

    Giuseppe Gulotta è innocente. Non ha ucciso Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta quella notte tra il 26 e il 27 gennaio del 1976. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Reggio Calabria al processo di revisione che si è appena concluso e presumibilmente non sono colpevoli nemmeno Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo, anche loro condannati come Gulotta e di cui è appena iniziato anche per loro il processo di revisione alla Corte d’Appello di Catania. A questo punto nemmeno Giuseppe Mandalà, meglio conosciuto come il bottaio di Partinico anche lui accusato di aver fatto parte con alcune responsabilità della Strage e deceduto da anni per cause naturali. Giuseppe Vesco, anche lui implicato nella vicenda, anzi fu il primo a essere inquisito, è morto suicida, ufficialmente, dopo qualche mese in carcere. Chi si è trovato in mezzo a questa vicenda ne è stato travolto. La loro vita è stata devastata. Chi è morto e e chi ha avuto cambiata la vita in modo irreversibile.

     

     

    I protagonisti sono tanti altri di questa vicenda. Intanto il Vice Brigadiere Renato Olino del Nucleo Antiterrorismo di Napoli inviato ad Alcamo a indagare perchè in un primo tempo la matrice del delitto dei due carabinieri sembrava politica. Poi il Colonnello Giuseppe Russo, comandante del Nucleo Investigativo di Palermo che ha condotto le indagini. Olino si è congedato in seguito a quelle indagini ed è stato lui a far riaprire l’inchiesta rivelando i metodi poco ortodossi nei confronti degli accusati. Il Colonnello Giuseppe Russo vene assassinato dai corleonesi l’anno dopo a Ficuzza in compagnia di un suo amico. ma la riapertura dell’inchiesta ha fatto entrare ora, anzi da tempo volendo, altri personaggi. I Carabinieri oggi ancora vivi e in congedo che parteciparono alle indagini e agli interrogatori. Gli uomini della scorta di Giorgio Almirante, segretario allora del Movimento Sociale Destra Nazionale, che percorrendo la strada di Alcamo Marina per recarsi a Trapani si fermano alla Casermetta dei Carabinieri e comunicano, ufficialmente, di aver trovato la porta aperta, la caserma sottosopra. Giuseppe Impastato, di Cinisi, assassinato il 9 maggio del 1978 a Cinisi nello stesso giorno in cui a Roma le Brigate Rosse facevano trovare Aldo Moro morto nella Reanult 4 rossa di Via Caetani. I collaboratori di giustizia Leonardo Messina e Vincenzo Calcara che avrebbero fatto farebbero sapere altro: il primo che l’omicidio dei due carabinieri era stato deciso dai Corleonesi di Riina e Bagarella e poi l’ordine fu ritirato ma per un difetto di comunicazione venne eseguito ugualmente, e l’altro che Giuseppe Vesco, menomato ad una mano, non si suicidò in carcere ma venne assassinato da Cosa Nostra. Poi c’è in mezzo anche l’inquietante morte di Giuseppe Tarantola, alcamese, di cui Olino spiega e racconta come avvennero i fatti: che l’allora Capitano dei Carabinieri della Compagnia, Santo Rizzo, gli avrebbe ordinato di mettere una pistola vicino al corpo morto a terra colpito dai Carabinieri. Gladio, la struttura paramilitare e parallela allo Stato opposta al comunismo che aveva una sua cellula in Sicilia, nel trapanese e a quanto pare tirata in ballo ora anche nell’omicidio dei due carabinieri di Alcamo Marina che avrebbero scoperto un furgone con armi diretti chissà dove e a chi di Gladio, sembra, appunto.

     

     

    In quegli anni devastanti  in Italia con il sangue versato dalle Brigate Rosse contro lo Stato, oltre ad altre formazioni politiche extraparlamentari sia di sinistra che di destra, e con i corleonesi che stavano scalando a colpi di kalashinkov i vertici di Cosa Nostra, la realtà travalica le spiegazioni sociologiche e storiche perchè rimangono comunque i morti che chiedono giustizia e verità e i vivi che anche se hanno ricevuto, alcuni, giustizia e verità, si ritrovano con la vita devastata. senza contare tanti altri di cui non sappiamo nulla rimasti coinvolti o per ideologismo o per ingenuità o per senso dello Stato in quegli anni terribili per la Repubblica.

    In un panorama così difficile da districare trovare la verità dei fatti è difficile ma c’è sicuramente un solo modo in cui la verità non sarà mai trovata: l’ideologismo da una parte e dall’altra. Nella verità e nella ricerca della giustizia le proprie idee politiche e ideologiche fanno danni alla stessa maniera delle armi. E’ solo questa la base da cui partire per cercare verità e dare giustizia non solo alle vittime e agli innocenti ma anche a chi nulla sa, o sa poco, di quegli anni e di cosa era l’Italia e la Sicilia. Perchè c’è una cosa che molti sembrano dimenticare tra gli analisti di allora e di oggi dei fatti: Cosa Nostra e le Brigate Rosse avevano molti amici e farneticanti tifosi e complici e un nemico comune anche se ciascuno per motivi diversi: lo Stato.