Otto ammonimenti in trenta giorni: è il bilancio diffuso dalla Questura di Trapani per fronteggiare maltrattamenti in famiglia e atti persecutori. Una cifra che racconta la capillarità di un fenomeno che non accenna a ridursi e che ha un filo rosso: uomini che non accettano la fine di una relazione, uomini che confondono l’amore con il possesso. Sei dei provvedimenti riguardano ex mariti o compagni incapaci di accettare un “no”: pedinamenti, minacce, pressioni psicologiche. In un altro caso, una compagna è stata vittima di insulti e aggressioni davanti ai figli. L’episodio più recente coinvolge un 39enne trapanese che ha trasformato il posto di lavoro della sua ex in un teatro di persecuzione, culminata in minacce verbali. A fare emergere la verità è stata la donna, ancora impaurita, che si è rivolta agli agenti. Il Questore ha firmato l’ammonimento per atti persecutori. Questi atti, notificati in via amministrativa, hanno valore preventivo: interrompere subito le molestie o scatteranno misure più gravi. Ma non basta continuare a celebrare il coraggio delle donne che denunciano. Il focus va spostato: non è l’eroismo delle vittime il punto, ma la mentalità distorta che le espone alla violenza. È l’idea — ancora profondamente radicata — che una donna possa essere posseduta, controllata, persino punita se decide di andarsene. «Sempre più donne trovano la forza di parlare», osservano dalla Questura. Un segnale positivo, certo. Ma dietro questa narrazione resta un pericoloso sottotesto: che chi non riesce a denunciare non sia abbastanza forte, che la responsabilità della salvezza ricada su chi è oppressa. Non tutte hanno accanto una rete che le sostiene, molte vivono immerse in contesti familiari omertosi o quartieri che minimizzano, giustificano, tacciono. E allora quel “coraggio” diventa una colpa in più per chi, sopraffatta dalla paura o dall’isolamento, non ce la fa a salvarsi da sola. A parlare, piuttosto, dovrebbe essere una società intera. Una società che smette di normalizzare la violenza maschile come “rabbia da abbandono” e inizia a chiamarla con il suo nome: dominio, abuso, reato. Che lo si denunci o no. Perché la violenza non è un fatto privato, e non è la donna a doverla affrontare da sola.






