Via D’Amelio, 33 anni dopo, memoria e verità negate

Alle 16:58, Palermo si ferma. Il tempo torna indietro di trentatré anni, quando un’esplosione in via D’Amelio dilaniò il corpo del giudice Paolo Borsellino e quello di cinque giovani agenti di scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il boato, 90 chili di Semtex-H in una Fiat 126 rubata, lasciò un cratere nella strada e uno più profondo nella coscienza civile del Paese. Oggi, mentre le commemorazioni si moltiplicano da Palermo a Marsala, da Trapani ad Alcamo, riemerge con prepotenza la domanda che ci rincorre da oltre tre decenni: chi ha ucciso davvero Paolo Borsellino? Le certezze giudiziarie – le condanne definitive per i mafiosi Salvatore Madonia e Vittorio Tutino – si scontrano con una verità più complessa e sfuggente: l’attentato di via D’Amelio non fu solo mafia. Fu anche Stato. O almeno, una parte deviata di esso.

Lo confermano le condanne per calunnia ai falsi pentiti Pulci e Andriotta, protagonisti di uno dei più clamorosi depistaggi della storia giudiziaria italiana, orchestrato da apparati istituzionali e insabbiato per anni. Nel cuore di questa zona grigia si staglia l’assenza dell’agenda rossa: il taccuino con cui Borsellino annotava le sue intuizioni più scottanti, sparito nel nulla pochi minuti dopo l’attentato. Un appunto del 20 luglio ’92, firmato da Arnaldo La Barbera, riapre scenari inquietanti: l’agenda, sostiene il documento, fu consegnata al procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra, ex magistrato morto nel 2017, oggi al centro di nuove perquisizioni ordinate dalla Procura. Si ipotizza che appartenesse a una loggia massonica coperta. La verità su via D’Amelio, oggi più che mai, si intreccia con misteri di Stato.

Mentre la fiction continua a raccontare un Borsellino eroico, isolato e malinconico, pochi prodotti affrontano il post-strage: il depistaggio, i falsi pentiti “istruiti” da uomini dello Stato, l’uso distorto dell’intelligence, il silenzio istituzionale. A rompere il cerchio, nel 2009, fu Gaspare Spatuzza: un mafioso vero, che raccontò dettagli mai emersi prima e confermati da riscontri oggettivi. Eppure, Paolo Borsellino è oggi più vivo che mai. Nei volti degli studenti che oggi, in tutta la Sicilia, leggono le sue parole. Nelle iniziative culturali, nei festival per la legalità, nei monologhi che lo raccontano senza retorica. Ma soprattutto in quella memoria che non accetta più celebrazioni svuotate, ma pretende risposte. “Chi ha premuto il telecomando?”, certo. Ma anche: “Chi ha tolto l’agenda dalla borsa? Chi ha mentito al Paese? E perché?”. Trentatré anni dopo, la memoria è diventata domanda. E la domanda è diventata accusa. In attesa di una risposta che non può più tardare.