Una storia come tante, una storia di sofferenza e isolamento, di sacrifici e disperazione quella di una pensionata alcamese, da anni lottava per arrivare a fine mese dopo la morte del marito. Con una pensione minima e un ingente debito ereditato dal coniuge, versava ogni mese 500 euro a una nota banca italiana, trovandosi a rinunciare spesso anche alle spese essenziali per sé stessa per non rischiare. Quando le difficoltà sono diventate insostenibili, ha chiesto all’istituto di ridurre la rata e dilazionare il piano di pagamento. La banca ha respinto la richiesta, lasciando la donna sola di fronte a una scelta drammatica: continuare a pagare e rischiare di non poter più vivere dignitosamente, oppure fermarsi e affrontare le conseguenze legali. In questo bivio, la donna si è rivolta a un legale. Su suo consiglio ha interrotto i pagamenti. La banca aveva così avviato un procedimento esecutivo immobiliare, a cui ha fatto seguito l’opposizione dell’avvocato Vito Galbo, che ha seguito la vicenda con determinazione. Il Tribunale di Trapani, nella persona del giudice civile Dottoressa Federica Lipari, ha accolto parzialmente le ragioni della pensionata, rideterminando l’importo totale dovuto e fissando la nuova rata mensile a 400 euro, con un piano di pagamento dilazionato in cinque anni. Questo pronunciamento -ha dichiarato l’avvocato alcamese- rappresenta un segno di equilibrio tra cittadini in difficoltà e poteri forti bancari. “La giustizia italiana – continua – deve garantire equità economica e proteggere chi, con una pensione minima, non riesce a sostenere debiti gravati da interessi e accessori spesso insostenibili”. Il caso della pensionata alcamese diventa così un esempio tangibile di tutela dei soggetti più fragili nel panorama dei rapporti con gli istituti di credito, aprendo la strada a un possibile maggiore rigore nel valutare le richieste di rinegoziazione dei piani di ammortamento a favore di chi vive con risorse limitate.





