Per Rosario Cascio, imprenditore belicino di 86 anni, ‘revisione’ dell’ultima condanna

Una vicenda giudiziaria, con capi di accusa anche abbastanza pesanti, che va avanti da quasi un ventennio ma anche precedenti accuse che avevano portato, nel 1993, a un sequestro di ben per circa 100 miliardi delle vecchie lire. Fra aule e sentenze andrà adesso ancora avanti la storia di Rosario Cascio, 86 anni, imprenditore di Santa Margherita Belice, assieme ai fratelli, ma con molte attività a Partanna.

La seconda sezione della Corte di Cassazione ha ammesso la revisione della sentenza di condanna nei confronti dell’anziano, annullando così la decisione della Corte di Appello di Caltanissetta che aveva ritenuto inammissibile la richiesta. L’uomo, che dall’ex pm Roberto Scarpinato era stato considerato l’interfaccia economica di Matteo Messina Denaro, dopo un controverso processo caratterizzato da due sentenze di annullamento in Cassazione era stato, in ultimo, condannato per associazione mafiosa, nel 2005 dalla Corte di Appello di Palermo, a sei anni di reclusione.

La sentenza aveva accertato la partecipazione di Rosario Cascio, detto Sarino, all’associazione mafiosa con cui, assieme anche a Riina, Provenzano e Siino, aveva posto in essere una attività di controllo degli appalti pubblici e privati in Sicilia. I fatti contestati segnavano, secondo la condanna, il cambio di passo della mafia siciliana da attività prettamente parassitaria (con imposizione di tangenti) ad attività imprenditoriale capace di controllare il tessuto produttivo siciliano.

Alla luce della sentenza di condanna Cascio venne sottoposto nel 2009 alla confisca della quasi totalità del suo patrimonio, stimato dagli inquirenti in un valore pari a 500 milioni di euro. Fra i beni confiscati, alcune aziende agricole, la Calcestruzzi Belice e la Vini Cascio. L’imprenditore, oggi ottantaseienne, scontò la pena inflittagli nel carcere di Saluzzo, Cuneo. Adesso tutto torna in discussione perché la revisione della condanna, avanzata dall’avvocato alcamese Saro Lauria, è stata ammessa.

Secondo il legale, infatti, il suo assistito, già condannato dal Tribunale di Trapani nel 1997 e assolto nel 1999, sarebbe poi stato giudicato due volte per gli stessi fatti. “Siamo molto fiduciosi sull’esito dell’imminente giudizio di revisione, ordinato dalla Cassazione, l’errore è evidente e paradossale – ha dichiarato l’avvocato Lauria – e ha causato danni economici incalcolabili”.