Obbligo di firma per Rizzi. GIP: “Reati contro la sicurezza pubblica”

Enrico Rizzi, noto animalista trapanese, già segretario del Partito Animalista Europeo ed ora presidente del NOITA, Nucleo Operativo Italiano Tutela Animali, è stato sottoposto alla misura cautelare personale dell’obbligo quotidiano di firma.

L’ordinanza a carico del trentunenne trapanese è stata disposta dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Torre Annunziata, in Campania, dopo un intervento nel settembre del 2019, dello stesso animalista, a Sant’Agnello, in provincia di Napoli. Rizzi si era attivato, alla luce di alcune segnalazioni, per il salvataggio di 24 cani che vivevano in condizioni precarie all’interno di un appartamento, poi sequestrati per maltrattamento di animali.

ll giovane dovrà adesso presentarsi tutti i giorni dai carabinieri in quanto, secondo il GIP che ha disposto la misura, agirebbe “senza alcuno scrupolo, palesando indifferenza alla legge e con un’indole di prepotenza ed arroganza verso la collettività, commettendo reati contro la sicurezza e l’incolumità pubblica. Inoltre vi sarebbe un concreto pericolo di reiterare condotte criminose”. Insomma una motivazione abbastanza pesante, di quelle che solitamente si utilizzano per pericolosi criminali. Una decisione del GIP certamente non leggera anche se talvolta Enrico Rizzi, pure sui social, è andato oltre le righe.

La vicenda più clamorosa, in tal senso, è quella risalente al 2014 quando morì in una battuta di caccia il presidente del consiglio regionale del Trentino Diego Moltrar. L’animalista trapanese, all’indomani della tragedia, lo aveva definito assassino, infame e vigliacco nonché aveva utilizzato espressioni lesive nei confronti dello stesso nel corso del programma radiofonico “La zanzara”.

La Corte di Cassazione rigettò il ricorso di Rizzi, condannato nei gradi precedenti di giudizio, confermando i 34 mila euro di danni morali nei confronti dei parenti di Moltrar, costituitisi parte civile. Il conto complessivo per il segretario del PAE arrivò quindi a 50 mila euro, poiché oltre alle spese legali di primo e secondo grado, si aggiunsero appunto altri 7.500 euro per il solo processo di Cassazione.