Nuova Iside, conferma dal DNA. E’ di Vito Lo Iacono il corpo rinvenuto in Calabria

Nel dolore, straziante, cambia poco ma almeno parenti e amici avranno adesso una tomba sul cui piangere, pregare, portare fiori. Il cadavere rinvenuto a giugno sulla spiaggia di San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria, è proprio quello di Vito Lo Iacono, il comandante del peschereccio di Terrasini che a metà maggio era affondato al largo di San Vito Lo Capo. La conferma è arrivata al termine dell’esame eseguito sul campione del Dna prelevato dal corpo trovato lungo la costa calabrese e quello dei familiari del giovane pescatore.

A comunicare l’esito dell’esame è stata la Procura di Palermo dopo gli accertamenti condotti su disposizione della Procura di Palmi . “Il cadavere rinvenuto in data 11 giugno 2020 apparteneva in vita a Vito Lo Iacono, nato a Partinico il 2 febbraio 1994 e scomparso in mare il 13 maggio 2020”, ha scritto il sostituto procuratore di Palermo Vincenzo Amico. Qualche dubbio era sorto subito dopo il ritrovamento di quel cadavere sul quale gli investigatori avevano notato tracce di due tatuaggi molto simili con quelli del 26enne terrasinese. Adesso quella terribile tragedia del motopesca Nuova Iside ha tutte e tre le vittime ma resta ancora fitto il mistero su cosa accadde quella sera e come sia potuto affondare un peschereccio dotato di equipaggio molto esperto.

Secondo il racconto dei familiari i tre pescatori sarebbero stati raggiungibili sino alle 23 del 13 maggio. Nei giorni successivi alla “scomparsa” dell’imbarcazione qualcuno aveva ipotizzato che il Nuova Iside potesse essere stato speronato da una petroliera. A metà novembre sono arrivati anche i risultati di una perizia secondo la quale non ci sarebbero tracce di collisione tra la nave Vulcanello M. e il peschereccio a bordo del quale c’erano Matteo, Giuseppe e Vito Lo Iacono. Il riscontro però non serve a chiudere la ista investigativa infatti in estate, il rappresentante della società armatrice della Vulcanello, la Augusta Due srl, Raffaele Brullo, secondo l’accusa avrebbe ordinato una “sovra-pitturazione dell’opera morta dello scafo”, cioè della parte che si trova al di sopra della linea di galleggiamento. Per questo i pm ipotizzano a carico dell’armatore i reati di frode processuale e favoreggiamento.