Messina Denaro infiltrato nella politica

Non solo l’imprenditoria ma soprattutto la politica. Così Matteo Messina Denaro è diventato il superboss che è oggi, a cui piace la bella vita, il lusso e le donne. Si è servito di Grigoli, uomo dalla faccia pulita, per investire soldi sporchi e poterli così riciclare. E a sua volta Grigoli ha creato una rete con ramificazione nel palermitano e nell’agrigentino, servendosi di altri imprenditori nel ramo commerciale e soprattutto su quella della grande distribuzione, quindi dei supermercati. Ma per avere terreno fertile serve la connivenza della politica e in particolare di quella che si trova nelle stanze del potere. Non a caso i Ros hanno aperto uno squarcio appena due anni fa quando arrestarono 11 persone a Campobello di Mazara, tutti accusati di associazione mafiosa. Fra loro un arresto eccellente, quello del sindaco di Campobello, Ciro Caravà, personaggio ambiguo secondo la descrizione della direzione distrettuale antimafia. E’ stato questo il primo passo verso una rivoluzione investigativa che è penetrata sin dentro le stanze delle istituzioni ai vari livelli. L’impressione è che presto possano venire fuori altri arresti eccellenti, lo lascia intendere la Procura di Palermo che da tempo è sulle tracce del superlatitante di Castelvetrano. In provincia di Trapani si vive un clima di altissima tensione. E’ palpabile con messaggi anche notevolmente inquietanti che arrivano dritti proprio a chi nelle istituzioni invece non si piega alla forza intimidatoria di Messina Denaro. Scenario che sembra cucirsi addosso a quello che stanno vivendo i magistrati trapanesi. Due di questi uomini dalla schiena dritta sono il procuratore Marcello Viola e il pubblico ministero Andra Tarondo. Entrambi inseguono da tempo il latitante, lo braccano e ne stanno facendo attorno terra bruciata. Ma questo lavoro lo stanno pagando. Una terribile scia di intimidazioni sta seguendo i due magistrati da un anno a questa parte. L’ultimo, inquietante, episodio risale a dieci giorni fa: un carabiniere addetto alla sicurezza ha rinvenuto alcuni componenti di una microspia presso la porta secondaria, in una zona chiusa al pubblico, del Palazzo di Giustizia, quella utilizzata appunto dai procuratori. Non si tratta di una cimice utilizzata dalle forze dell’ordine; è un segnale, una minaccia.

Nella foto Ciro Caravà