Nuova udienza per il presule già assolto in sede penale. La Corte dei conti lo accusa di uso illecito dei fondi dell’8×1000. A distanza di dieci anni dalla clamorosa rimozione dalla guida della Diocesi di Trapani, per monsignor Francesco Miccichè si riapre un nuovo fronte giudiziario: stavolta contabile. L’ex vescovo è stato citato in giudizio dalla Corte dei conti della Regione Siciliana per un presunto danno erariale da 403 mila euro. L’udienza è fissata per il 17 dicembre 2025. Secondo l’atto di citazione, Miccichè avrebbe utilizzato i fondi dell’8×1000, destinati a opere di carità e culto, per fini “estranei” e in parte “personali”, attraverso un conto corrente gestito in autonomia, privo di ogni rendicontazione. Tra le voci contestate compaiono spese sospette a beneficio di suoi familiari. Il danno sarebbe a carico del Ministero dell’Economia, da cui provenivano i fondi.
Il procedimento arriva dopo l’assoluzione in sede penale, nel dicembre 2024, quando il tribunale di Palermo lo ha dichiarato non colpevole per i fatti del 2012 e ha fatto scattare la prescrizione per gli anni precedenti. Tuttavia, in sede contabile, il reato di danno erariale non decade: ed è qui che si gioca la nuova partita. Miccichè, alla guida della diocesi dal 1998 al 2012, era stato rimosso da Papa Benedetto XVI dopo una visita apostolica che aveva fatto emergere gravi anomalie nella gestione dei fondi. Nel 2015, in seguito alle indagini della Guardia di Finanza, erano stati sequestrati beni per oltre due milioni di euro, tra cui preziose opere d’arte e orologi di lusso. Il suo legale, avv. Mario Caputo, ha ribadito che le somme contestate vennero impiegate per attività pastorali e sociali. Ma per la Corte dei conti si è trattato di una “gestione opaca, volontaria e lesiva delle casse pubbliche”. La Diocesi di Trapani è coinvolta nel procedimento come parte co-obbligata. Il caso rilancia il dibattito sull’uso dei fondi ecclesiastici e la trasparenza nella gestione delle risorse derivanti dall’8×1000. Il giudizio del prossimo dicembre sarà decisivo per stabilire se l’ex vescovo dovrà risarcire lo Stato e se l’intera vicenda avrà anche risvolti patrimoniali per la Chiesa trapanese.






