Dalle formiche negli obitori ai pazienti dimenticati nei reparti: in Sicilia la sanità pubblica continua a mostrare falle inquietanti. A Palermo, l’ultimo caso al Civico ha scosso l’opinione pubblica: Massimo Benigno, tornato da Modena per dare l’ultimo saluto al padre, ha trovato la salma invasa dalle formiche. “Uscivano dal naso e dalla bocca”, ha raccontato l’uomo, denunciando l’accaduto dopo settimane di dolore e silenzi. La direzione sanitaria ha parlato di un “problema ai condizionatori”, ma l’immagine resta indelebile — e inaccettabile.
Solo pochi giorni prima, un’altra vicenda aveva travolto l’ospedale Villa Sofia: il corpo di Giovanni Cuvello, 73 anni, scomparso dal pronto soccorso il 23 settembre, è stato ritrovato senza vita diciotto giorni dopo all’interno della stessa struttura in un locale tecnico. Per i familiari, una beffa atroce: “Era lì da sempre, nessuno lo ha cercato davvero”. Le indagini dovranno chiarire come un paziente possa “sparire” in un luogo che dovrebbe garantire assistenza e sorveglianza. E siamo sempre a Villa Sofia, presidio a cui pochi giorni fa, la Corte d’Appello ha confermato la condanna per la vicenda di Giuseppe Canino, morto nel 2015 di mesotelioma. Il referto istologico che avrebbe potuto cambiare il corso della sua malattia non gli fu mai comunicato: la diagnosi arrivò troppo tardi, privandolo del diritto di scegliere come affrontare gli ultimi mesi di vita. “Il diritto a sapere è parte del diritto a vivere con dignità”, ha commentato l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto.
E a Trapani, il nome di Maria Cristina Gallo resta inciso come simbolo di coraggio e denuncia. La professoressa mazarese, morta pochi giorni fa a 56 anni, aveva portato alla luce i gravi ritardi dell’anatomia patologica dell’Asp: otto mesi per un referto istologico. La sua vicenda ha innescato un terremoto istituzionale culminato con le dimissioni del direttore generale Ferdinando Croce e l’apertura di un’inchiesta che coinvolge dieci medici. Dai reparti alla camera mortuaria, dalla diagnosi negata al corpo dimenticato, emerge un quadro devastante: sanità fragile, controlli inefficaci, catene di comando spezzate. Ma soprattutto, l’amara consapevolezza che troppe volte la Sicilia non riesce a garantire neanche gli standard minimi di dignità di chi soffre o di chi muore. Perché qui, più che altrove, la “cura” sembra ancora un privilegio.






