Confisca da 150 milioni al ‘re dei supermercati’. Lucchese aveva costruito un impero

Il Tribunale di Palermo, Sezione Misure di Prevenzione, su richiesta della locale Procura della Repubblica della DDA, ha emesso un decreto di confisca del patrimonio di Carmelo LUCCHESE, 52 anni, noto imprenditore operante nel settore della grande distribuzione alimentare, per un valore complessivo di oltre 150 milioni di euro, eseguito dai finanzieri del Comando Provinciale di Palermo. Oggetto della confisca, tra le altre cose, le quote societarie e il compendio aziendale della GAMAC GROUP srl, che all’epoca del sequestro, eseguito dalle Fiamme Gialle più di un anno fa, gestiva 13 supermercati tra Palermo e provincia, anche a Carini e San Cipirello. Gli esercizi commerciali sono stati nel frattempo ceduti dall’amministratore giudiziario e pertanto oggetto della confisca è stato il ricavato della vendita.

Sulla base degli accertamenti svolti dagli specialisti del G.I.C.O. di Palermo, il tribunale, anche valorizzando il riscontro di alcune dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia, ha ritenuto che l’imprenditore, seppure non organicamente inserito in Cosa Nostra, sarebbe da ritenersi “colluso” al sodalizio mafioso tant’è che, fin dal 2004, avrebbe operato sotto l’ala protettiva della mafia, traendone numerosi vantaggi. In coincidenza temporale con i più significativi interventi di Cosa Nostra, Carmelo Lucchese ha infatti registrato una crescita esponenziale del fatturato dell’azienda, trasformata da piccola impresa familiare in un impero economico che riuscì, nel 2020, a fatturare oltre 90 milioni di euro.

L’indagine testimonia inoltre le nuove e sempre più sofisticate modalità con cui gli imprenditori in affari con la mafia tentano di “proteggere” il proprio patrimonio. Nel corso degli accertamenti è infatti emerso che l’impero imprenditoriale era stato devoluto a un trust, un professionista incaricato di gestire proprietà e affari come se ne fosse proprietario. Tuttavia, dall’approfondimento della documentazione acquisita è emerso che il trust in questione rappresentasse soltanto un espediente fittizio per schermare la titolarità delle proprietà. In altri termini, Lucchese aveva trasferito solo sulla carta tutti i poteri di gestione dei beni senza, nella realtà, averne mai perduto controllo e disponibilità.