Castellammare del Golfo-Opere pubbliche ai raggi x: utilizzato cemento impoverito?

Potrebbe ingigantirsi a macchia d’olio l’indagine sull’operazione antimafia “Cemento del golfo” che all’alba di ieri ha fatto scattare 5 arresti: tra loro figura il capomafia di Castellammare del Golfo Mariano Saracino e l’imprenditore alcamese  Vincenzo Artale. L’ipotesi che sta circolando negli ambienti investigativi è quella di un possibile utilizzo di cemento depotenziato nelle opere pubbliche realizzate dalle imprese che hanno vinto i bandi e che si sono rifornite della materia prima da Artale, così come imponeva il boss Saracino. A breve inizieranno le prime prove tecniche in tutte le opere recentemente realizzate e che si trovano in particolar modo a Castellammare del Golfo, come trapela dalle indagini anche se per ragioni investigative non è stato reso noto l’elenco degli appalti. Saranno effettuati dei carotaggi e la Procura disporrà delle indagini affidate a tecnici specializzati per la verifica del corretto utilizzo di cemento in base al capitolato d’appalto sottoscritto dall’impresa. Successivamente scatterà un secondo livello d’indagine per capire se il committente, quindi chi ha indetto l’appalto, abbia soltanto omesso i controlli oppure sia stato connivente con l’organizzazione  criminale. Dunque l’inchiesta potrebbe coinvolgere anche gli enti pubblici ai vari livelli, dal Comune per arrivare anche ad altre strutture più in alto. Ciò che è emerso dall’indagine, secondo le risultanze della Procura, è il sistema di intimidazione che era stato messo in piedi. Un’operazione scaturita a seguito di una recrudescenza di attentati intimidatori ai danni di operatori economici a cavallo tra Alcamo e Castellammare del Golfo e che è durata tre lunghi anni. Molti imprenditori, secondo la ricostruzione degli inquirenti, venivano perseguitati con danneggiamenti alle proprie aziende se non acquistavano il cemento da chi veniva espressamente indicato, quindi in questo caso l’impresa di Artale. Grazie a questa pressione l’imprenditore alcamese riusciva ad aggiudicarsi tutte le maggiori forniture nei lavori in zona, sia pubblici che privati. Dai carabinieri sono stati documentati, attraverso le intercettazioni, diversi episodi estorsivi anche con il classico metodo della “messa a posto”, alcuni dei quali rilevati con la collaborazione delle vittime. Per i 5 arrestati l’accusa è di associazione a delinquere di tipo mafioso, estorsione aggravata, intestazione fittizia aggravata, furto e violazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, mentre per altri 6 di cui non sono state rese note le generalità in quanto raggiunti da avviso di garanzia l’accusa è a vario titolo di intestazione fittizia di beni e favoreggiamento personale, per tutti con l’aggravante di aver commesso il fatto al fine di agevolare la mafia.