Il conto del caro materiali torna a presentarsi, salato come non mai, e la Sicilia è la regione dove rischia di abbattersi con più forza. L’Ance Sicilia lancia l’allarme: senza nuovi ristori e senza una proroga delle misure al 2026, ben 755 cantieri, per un valore di 14,2 miliardi, rischiano rallentamenti o stop. E l’Isola pesa più di tutti: 15% degli importi non coperti a livello nazionale, più della Lombardia. Una maglia nera che fotografa una situazione ormai al limite. Il cuore del problema è duplice: da un lato i ritardi nei rimborsi relativi agli anni precedenti, dall’altro la totale assenza di risorse per coprire gli aumenti del 2025 e del 2026. Nel frattempo, i costi restano gonfiati: secondo l’Istat, realizzare un’opera pubblica oggi costa il 30% in più rispetto ai prezzi di gara. L’acciaio è a +30%, il bitume a +49%, il rame vola a +65%. Numeri che spiegano perché le imprese, soprattutto quelle medio-piccole molto presenti nel Trapanese e nel resto dell’Isola, stiano lavorando di fatto “in perdita”, anticipando somme non più sostenibili. E c’è un’altra ombra: 273 cantieri siciliani, per circa 4,4 miliardi, riguardano il Pnrr. Nel Trapanese questo significa infrastrutture strategiche, edilizia scolastica, rigenerazione urbana: interventi che i territori aspettano da anni e che ora rischiano di incepparsi nel culmine della corsa contro il tempo. «Siamo a un passo dall’emergenza», avverte Salvo Russo, presidente di Ance Sicilia, che chiama a raccolta Regione, Ars, partiti, sindacati e parlamentari nazionali affinché pungolino il governo centrale. Senza iniezioni finanziarie immediate, la filiera edile rischia di fermarsi, con tutto il corollario di perdita di posti di lavoro e occasioni mancate. Da Mazara a Castelvetrano, da Trapani ad Alcamo, il territorio conosce bene la fragilità dei cantieri che si bloccano: opere attese per decenni, iter lumaca, fiducia che si sgretola. E l’Isola, ancora una volta, rimane sospesa tra annunci e rallentamenti. E l’elenco delle incompiute continua a crescere.






