L’operazione antidroga che il 27 ottobre aveva portato all’arresto di cinque tunisini e al sequestro di oltre 600 chili di hashish torna sotto la lente della giustizia: il Tribunale del Riesame di Palermo ha accolto in parte il ricorso presentato dai difensori di uno degli indagati, aprendo un varco sulle modalità del fermo e sulla reale competenza dell’Italia a intervenire. Il caso era esploso dopo l’intercettazione, da parte della polizia e della Sezione operativa navale della Guardia di finanza di Trapani e Palermo, di un peschereccio battente bandiera tunisina. L’imbarcazione era stata bloccata in acque internazionali, e proprio su questo punto la difesa ha costruito il cuore del ricorso: secondo i legali, le autorità italiane avrebbero operato senza alcuna autorizzazione dello Stato tunisino e in violazione delle principali convenzioni internazionali, inclusa Montego Bay, che regola le competenze marittime degli Stati. Una tesi che ha trovato un primo spiraglio di accoglimento. Il Riesame, dopo l’udienza del 18 novembre, ha ritenuto “in parte fondate” le doglianze, aprendo di fatto alla possibilità che l’ordinanza cautelare emessa dal gip il 4 novembre – che aveva disposto il carcere per l’indagato – possa poggiare su presupposti fragili. “In questa fase cautelare – ha ribadito l’avvocato Gabriele Giambrone – l’attenzione si è concentrata sull’assoluta illegittimità dell’ordinanza, impugnata per difetto di giurisdizione dell’Autorità italiana”. Ora si attende il deposito delle motivazioni, previsto entro 45 giorni. Solo allora sarà chiaro se questa crepa giuridica diventerà un varco destinato a rimettere in discussione l’intera operazione o se resterà un rilievo circoscritto.





