Le sue immagini hanno attraversato continenti e redazioni prestigiose e hanno ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali che lo hanno consacrato come un fotoreporter pluripremiato: Paris Photo Prize, IPA, BIFA, EPAE lui, Antonio Cascio, 40 anni, originario di Castellammare del Golfo, laureato in Lingue e Letterature Moderne, riesce a darla con scatti fotografici che attraversano deserti e melma, dove pochissimi hanno il coraggio di vedere bambini, donne e uomini, che muoiono di fame e malattia, oppressi dalla violenza, dalla povertà. Anche dal mancato racconto. La fotografia di Antonio Cascio, che unisce potenza narrativa e rigore etico, ha ricevuto negli ultimi anni un riconoscimento crescente: menzioni d’onore agli International Photography Awards, shortlist e premi allo State of the World Award del Paris Photo Prize, riconoscimenti europei e internazionali dedicati al fotogiornalismo. I suoi lavori sulla Guajira, sul Chocó, sul golpe brasiliano e sulla crisi umanitaria colombiana sono stati più volte selezionati, premiati e esposti in Europa e nel mondo.

Tra i suoi scatti più noti restano quelli della tentata insurrezione bolsonarista a Brasilia: migliaia di estremisti in marcia, il palazzo presidenziale devastato, il congresso preso d’assalto. In mezzo al caos, Antonio catturò un’immagine che ha fatto il giro del mondo: una donna inginocchiata, protetta da un manifestante con giubbotto antiproiettile, che prega davanti al cordone antisommossa. È in quella foto che si coglie la sua cifra più profonda: l’umanità anche nel cuore della violenza. Per documentare e dare voce a chi non he mai avuta, a chi nessuno vuole darla. Quegli invisibili che dal 2008, quando ha iniziato ad occuparsi di fotogiornalismo tra Londra e la Spagna, Antonio Cascio non ha più smesso di documentare, cercando sempre il margine, il luogo in cui la storia si spezza e si rivela. Da allora il Mondo lo ha chiamato, e continua a chiamarlo, ovunque si sta consumando qualcosa di fragile, forse irripetibile: il Messico delle narcos-città, l’Hong Kong in rivolta, le comunità afro-colombiane isolate nella selva, territori difficili da raggiungere e ancora più difficili da lasciare. Oggi Antonio vive in Colombia, dove lavora come fotoreporter freelance per Reuters e collabora con The Guardian, insieme alla sua compagna, la giornalista colombiana Natalia Torres Garzón. Insieme documentano ciò che il Mondo preferirebbe dimenticare: deforestazione, crisi ambientali, conflitti armati, violazioni dei diritti delle comunità indigene, povertà estrema, fame. “Racconto per aiutare, non solo per informare” ripete spesso. Ma chi lo incontra di persona non vede il fotografo da medagliere, vede un uomo dall’aspetto duro che maschera l’anima di un uomo mite, dalla voce calma e dagli occhi che hanno visto più dolore di quanto chiunque dovrebbe vedere. Per questo pronto a tendere la mano laddove di mani ne arrivano pochissime. Nella Guajira ha raccontato la lotta quotidiana della comunità indigena Wayuu, sospesa tra fame, sete e abbandono istituzionale. Dove oltre 300 bambini sono morti per malnutrizione negli ultimi cinque anni. Antonio è entrato in case fatte di vento e sabbia, ha stretto mani tremanti, ha fotografato occhi che non possono mentire.
Nel Chocó ha documentato, a Riosucio, una crisi alimentare che soffoca migliaia di famiglie afro-colombiane, tra miniere illegali, inondazioni e pesci contaminati da mercurio. Il suo reportage è diventato denuncia, prova, memoria. Antonio Cascio non è un testimone distaccato. È un uomo che porta sulle spalle ciò che molti fingono di non vedere, un viaggiatore del dolore e della speranza, un narratore che non usa le parole ma la luce. Orgoglio di Castellammare del Golfo: e mentre il mondo scorre veloce, lui continua a fermare l’istante in cui la storia si rivela per ricordarci che l’umanità, quella vera, vive quasi sempre ai margini.






