“Qui non potete starci, quindi sbrigatevi a fare queste foto e andate via.” Questo il ‘velato’ avvertimento percepito entrando nel quartiere Maria Ausiliatrice, tra piazzette e vicoli segnati da murales e installazioni artistiche. Una cittadina alcamese, mentre fotografava le nuove opere di Urban Sunrise — progetto pensato per ridare luce e colore a una zona dimenticata — si è trovata circondata da bambini e adulti che sorvegliavano la piazzetta con atteggiamenti non amichevoli, a tratti apertamente ostili. Un bambino di 4-5 anni le ha sputato davanti due volte, gesto che lei interpreta come un messaggio chiaro: qui la quotidianità segue codici e abitudini lontani dalla concezione di civiltà di altri quartieri. Urban Sunrise doveva simboleggiare una rinascita urbana, invitare a guardare il quartiere con occhi nuovi. Ma gli occhi di chi? Doveva essere lo sguardo del lato privilegiato di Alcamo a compiacersi di ‘aver portato la civiltà’ in un quartiere problematico, difficile, fastidioso? Murales di grande impatto estetico volevano restituire dignità, ma delle persone che abitano il quartiere, della mentalità necessaria loro per sopravvivere, chi si occupa?
La realtà è sempre più complessa: cumuli di rifiuti, carcasse di auto abbandonate — alcune incendiate — e discariche abusive convivono con l’arte, creando un contrasto surreale, come se bellezza e degrado si sfidassero ogni giorno nello stesso spazio. Restituire colore a un quartiere senza affrontarne i problemi sociali significa rischiare che l’arte diventi solo decoro per lo sguardo esterno, sempre quello di chi arriva dalle zone privilegiate. Per chi ci vive, tutto questo appare uno spettacolo lontano dalla realtà, che li isola mettendoli in mostra, mentre cittadini compiaciuti fotografano murales come in un museo o in un circo, invadendo una comunità incapace di cambiare la mentalità dominante. Urban Sunrise, finanziato con quasi 5 milioni di euro, oggi appare come una scenografia che mette in luce mancanze, disagio, differenze e bisogni non dei residenti, ma di chi dall’altra parte di Alcamo vuole ammirare il ‘belletto’ applicato ai prospetti. Il merito più grande dell’iniziativa allora è forse quello di aver fatto emergere proprio queste contraddizioni e pregiudizi.






