Alcamo, torna l’ombra dell’affaire mafia-eolico

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Torna l’ombra lunga dell’eolico e con esso i possibili legami con la mafia nella provincia trapanese. La recente sentenza del Tar, che ha sospeso il provvedimento cosiddetto “blocca eolico” emanato  dalla giunta regionale, apre nuovi scenari e possibili altri investimenti del settore nel territorio. Situazione che fa tornare l’attenzione della Procura attorno a questo intricato sistema che ha svelato come proprio nel trapanese ci sia forti interessi della mafia attorno a questo tipo di impianti di energia alternativa. Nel caso specifico il Tar si è espresso sulla richiesta di sospensiva avanzata dalla Novawind Sicilia srl,  assistita nel ricorso dagli avvocati Carlo Comandè e Serena  Caradonna.  La società voleva realizzare tre impianti, di cui uno proprio in provincia di Trapani, per l’esattezza a Custonaci. Al di là del singolo progetto questa sentenza dà anche il via libera ad altre imprese di potere tornare ad investire sull’eolico. In provincia a tenere banco in questo ambito è sempre stato l’imprenditore alcamese Vito Nicastri, che ha subito recentemente una maxiconfisca da un miliardo e mezzo di euro di beni dalla Dia per presunti legami tra lui e la mafia, in particolare con il superlatitante Matteo Messina Denaro. Il “blocca eolico” era stato emesso dalla Regione proprio in seguito a questa serie di inchieste, la maggior parte sviluppatesi su Trapani, in cui sono emerse connessioni tra le imprese che investono nell’eolico e Cosa nostra. Un apparato in cui la mafia, in pratica, ricicla i soldi sporchi e investe allo stesso tempo con enormi introiti. Nicastri era quello che in gergo si chiama lo “sviluppatore”: realizzava e vendeva, chiavi in mano, parchi eolici, con ricavi milionari. Da Trapani a Messina, da Enna a Catania, l’imprenditore alcamese non aveva rivali nel campo dell’energia pulita. Le indagini del centro operativo Dia di Palermo hanno svelato che Nicastri avrebbe potuto contare sulla protezione di Cosa nostra. Gli investigatori parlano di “contiguità”, che si sarebbe tradotta in “Comunanza di interessi, una lunga attività di fiancheggiamento e di scambio di reciproci favori, una rapporto fondato sulla fiducia e sui vicendevoli vantaggi che ne possono derivare”. In ogni piazza d’investimento Nicastri avrebbe trovato un partner criminale: da Matteo Messina Denaro, nella provincia di Trapani; a Salvatore Lo Piccolo nel palermitano; agli ‘ndranghetisti di Platì, Africo e San Luca. Una delle prove che incastra Nicastri è in un pizzino ritrovato nel covo di Giardinello dove vennero arrestati dalla polizia Salvatore e Sandro Lo Piccolo, il 5 novembre 2007. In quelle poche righe scritte dai Lo Piccolo c’è l’essenza dei rapporti fra boss e imprenditori, per orientare il mercato. Vito Nicastri, in Sicilia, era il “re del vento”. Secondo la Dia in nome e per conto di Matteo Messina Denaro, che da tempo ha messo le mani sulla green economy. Il 10 novembre del 2009 Nicastri fu tra i destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Avellino che portò al sequestro, fra l’altro, di sette parchi eolici e dodici società nell’ambito di un’indagine per truffa organizzata per percepire contributi pubblici per la realizzazione di parchi eolici. Questa sentenza del Tar impone alla Regione di dare l’autorizzazione alla realizzazione dell’impianto eolico su Custonaci entro 30 giorni.