La Procura di Termini Imerese ha prorogato di sei mesi l’inchiesta sulla strage di Casteldaccia, che causò cinque vittime nella stazione di sollevamento delle acque fognarie a Casteldaccia. Nel disastro persero la vita Epifanio Aslazia, partinicese ma che viveva da anni ad Alcamo, Ignazio Giordano, l ’alcamese Roberto Raneri, Giuseppe Miraglia e Giuseppe La Barbera. La tragedia, causata dalle esalazioni di acido solfidrico sprigionate dai liquami. L’indagine, che vede coinvolte sette persone tra dirigenti dell’Amap (l’azienda che gestisce la rete idrica e fognaria) e della ditta appaltatrice Quadrifoglio di Partinico, si concentra sulla presunta mancanza di adeguate misure di sicurezza. Si cerca di chiarire se gli operai avessero ricevuto una formazione per operare in tali ambienti, se fossero stati dotati di dispositivi di protezione individuale idonei (come maschere e rilevatori di gas) e se le procedure di accesso e di lavoro fossero state rispettate o fossero viziate da irregolarità.
La complessità del caso, ha richiesto ulteriori accertamenti e quindi la proroga del termine di altri sei mesi per le indagini preliminari. I familiari delle vittime, attendono risposte per comprendere pienamente le cause della strage. I familiari delle cinque vittime hanno portato il loro dolore e la loro richiesta di verità direttamente a Roma, a Montecitorio dove sono stati invitati, lunedì scorso, a partecipare ad una riunione degli stati generali della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. L’obiettivo della delegazione, composta da parenti degli operai, era quello di mantenere alta l’attenzione sulla tragedia e di sollecitare un impegno concreto per la tutela della sicurezza sul lavoro a livello nazionale. Nel suo intervento la giovane alcamese Chiara Raneri ha detto fra l’altro: “ Vogliamo restituire ai nostri padri la voce che è stata spenta. Chiediamo giustizia, quella vera, trasparente, che riconosce le responsabilità. Dietro ogni incidente ci sono omissioni e negligenze”. “Non smetteremo mai- continua Chiara Raneri- di chiedere la verità perché non esistono figli di serie A o di serie B. Nessuno dimentichi Casteldaccia”. Poi le parole di Fabrizio Giordano, figlio di Ignazio:” Le parole non bastano più. Voliamo che i nostri padri siano onorati con atti concreti: controlli più severi e pene reali per chi viola le norme sul lavoro”.
Incontrando rappresentanti politici e istituzionali, i familiari non solo hanno chiesto giustizia per i loro cari, ma hanno anche lanciato un monito: le vittime non devono essere percepite solo come numeri nelle statistiche, ma come persone strappate alla vita a causa di presunte negligenze e violazioni delle norme. La loro presenza in Parlamento ha simboleggiato la richiesta di una maggiore severità nei controlli e l’introduzione di leggi più efficaci per prevenire le morti bianche, affinché il sacrificio dei loro congiunti non sia stato vano. Da circa un mese ci sono quattro nuovi indagati nell’inchiesta e tra questi figura anche un partinicese. Si tratta di Antonio Rappa, 50 anni, ex consigliere comunale di Partinico, indagato in qualità di responsabile del procedimento per quei lavori effettuati sulla fognatura dove morirono il 6 maggio dello scorso anno cinque operai durante i lavori di spurgo della condotta. La procura di Termini Imerese ha iscritto nel registro degli indagati quattro dipendenti dell’Amap (fra cui per appunto Rappa), l’azienda partecipata del Comune di Palermo che si occupa della gestione del servizio fognario.
Gli altri tre nuovi indagati sono la responsabile ufficio appalti Wanda Ilarda, il responsabile del servizio protezione e prevenzione Geri Costa e il responsabile dell’impianto di sollevamento di Casteldaccia Sergio Agati. Tutti dipendenti Amap. Le ipotesi di reato vanno a vario titolo, dall’omesso controllo alle violazioni in materia di appalti. Oltre ai quattro sono stati indagati subito dopo la strage, Gaetano Rotolo l’ex dirigente Amap responsabile dei lavori, Giovanni Anselmo, l’amministratore unico della società Tek di San Cipirello, l’azienda aggiudicataria dell’appalto e Nicolò Di Salvo, contitolare della ditta Quadrifoglio, che aveva ottenuto la commessa da 100 mila euro in subappalto. Per loro il reato contestato è omicidio colposo plurimo in concorso con l’aggravante della violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro. I familiari delle vittime invitano la magistratura ad accelerare i tempi delle indagini per cercare arrivare alla verità su una strage che scosse tutta l’Italia. Purtroppo i morti sul lavoro sono quasi ogni giorno e in più occasioni il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che parla “di una tragedia quotidiana da fermare subito”.





