Cassazione boccia il ricorso, la figlia di Totò Riina dovrà andare in carcere

La Suprema Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dai legali di Maria Concetta Riina, figlia del boss corleonese Totò Riina, confermando il provvedimento di custodia cautelare disposto dal Tribunale del Riesame di Firenze. La decisione apre l’ingresso del carcere per la donna, accusata di estorsione aggravata dal metodo mafioso insieme al marito Antonino Ciavarello, già detenuto per truffa. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia di Firenze, la coppia corleonese avrebbe messo in atto pressioni e minacce nei confronti di due imprenditori senesi, pretendendo denaro e forniture di generi alimentari. Le frasi pronunciate da Maria Concetta Riina, riportate agli atti, non lasciano spazio a dubbi sul richiamo a un potere criminale che si vorrebbe ancora temuto: «Noi siamo sempre gli stessi di un tempo, le persone non cambiano». Parole che, secondo l’accusa, avrebbero sortito l’effetto intimidatorio necessario a ottenere quanto richiesto.

In una prima fase il GIP aveva rigettato la richiesta di custodia cautelare, ma la Procura antimafia aveva impugnato la decisione, trovando accoglimento da parte del Tribunale del Riesame, che aveva riconosciuto la sussistenza di gravi indizi e l’aggravante del metodo mafioso. Da qui il ricorso in Cassazione, oggi definitivamente rigettato. La sentenza arriva dopo mesi di indagini che hanno messo in luce la volontà, da parte degli indagati, di alimentare un clima di timore fondato sul peso del cognome Riina.

Una continuità simbolica che, secondo gli inquirenti, rappresenta ancora un problema concreto: l’ombra della mafia che tenta di sopravvivere alle sue stesse macerie, sfruttando il mito criminale dei suoi capi storici. E la cronaca degli ultimi giorni lo conferma: il killer reo confesso di Paolo Taormina, subito dopo l’omicidio ha pubblicato un video con sottofondo musicale della serie Il capo dei capi. Altra benzina sul fuoco è la recente intervista rilasciata dall’altro figlio del boss al podcast “Lo Sperone”, in cui tenta di riscrivere la figura paterna in termini diversi da quelli giudiziari e storici. Un fenomeno cupo, quello della glorificazione mafiosa, che continua a insinuarsi tra le pieghe della società e che non si estirpa solo con il dispiegamento delle forze dell’ordine. Finché il nome di Riina – o di altri criminali mafiosi – sarà pronunciato con ammirazione, la mafia continuerà a trovare terreno fertile.