Maxi inchiesta sul “caporalato”, le intercettazioni rivelerebbero un sistema di sfruttamento

La paura è sempre la stessa. Ovvero quella di perdere il posto di lavoro e con quella retribuzione tirare a campare tra notevoli sacrifici e privazioni. E la paura di perdere l’ unica fonte di reddito avrebbe fatto sopportare la permanenza nel negozio. Ma alla fine stanchi hanno rivelato queste condizioni di lavoro, permettendo alla guardia di finanza di avviare l’inchiesta sul caporalato in undici negozi tra la provincia di Palermo e Trapani, sono state soprattutto le donne. Sono finiti indagati  Giovanni Caronna alcamese residente a Partinico. Ai domiciliari e Giuseppe Maurizio Genna al quale è stato notificato un avviso di garanzia. Entrambi sono molto noti non solo ad Alcamo. Inoltre eseguito un sequestro di 100 mila euro in questa inchiesta sul caporalato.

A vuotare il sacco sedici tra commesse e addette alla sistemazione delle merci e alle pulizie, insieme a due uomini, tra cui un magazziniere e un altro dipendente. Gli sfoghi e le voci  sono emerse grazie alle conversazioni telefoniche e alle chat di gruppo interne intercettate dagli investigatori in cui le lavoratrici si sfogavano tra loro o con i familiari. «Mi dà il pane tutti i giorni ed io non lo posso tradire, mi capisci…», confessava una delle lavoratrici a una collega descrivendo la rassegnazione di chi accetta qualsiasi sacrificio pur di non restare disoccupato. La paura di non trovare altro lavoro era infatti un freno davvero potente e dalle intercettazioni emergono frasi come: «Ma io penso ai miei genitori. Se tu fai questo non troverai più lavoro», era convinta una delle ragazze che dovevano stare in sala a contatto con i clienti. «Ho una situazione a casa che non posso rischiare», era stata invece la giustificazione di un’altra delle impiegate di uno dei punti vendita del gruppo.

Poi, la svolta: una dipendente insisteva con l’amica. «Per questo ti ho detto vieni con me, non perché io ho bisogno di coraggio ma perché è la cosa giusta, tanto lui non lo saprà mai…», diceva, incoraggiandola ad andare dalle forze dell’ordine. Dalle indagini sarebbe emerso che erano costretti a lavorare a tempo pieno con contratti part-time, pagati meno del minimo sindacale, controllati a distanza con telecamere e privati di ferie e riposi è quanto emerge dalle indagini della Guardia di Finanza di Palermo, coordinate dalla Procura, che ha portato agli arresti domiciliari Giovanni Caronna, imprenditore 49enne. L’uomo è ritenuto essere a capo di una rete aziendale che gestiva almeno 11 punti vendita, operanti in franchising nel settore dell’abbigliamento e dell’elettronica, tra cui uno ad Alcamo e altri tra Carini, Partinico e Castellammare del Golfo.

Secondo le accuse, l’imprenditore avrebbe costruito un vero e proprio sistema di sfruttamento dei lavoratori, imponendo condizioni contrattuali irregolari e retribuzioni irrisorie a dipendenti in stato di bisogno.  Notificato anche un avviso di garanzia a un secondo imprenditore Giuseppe Maurizio Genna, 58 anni di Alcamo, titolare formale di alcuni negozi, ritenuto coinvolto nelle medesime condotte.