Quattro indagati per la Strage di Via D’Amelio

    di Antonio Pignatiello

     

    La Procura di Caltanissetta che conduce l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio ha quattro indagati con alcune aggravanti come agevolare l’associazione mafiosa e avere agito anche per fini terroristici.

    Si tratta di Salvatore Madonia, considerato ora il mandante, e i presunti esecutori della strage di via D’Amelio, Vittorio Tutino, Salvatore Vitale e Gaspare Spatuzza.

    E’ la prima volta che questo tipo di reato è ipotizzato per le stragi di mafia commesse nel 1992 a Palermo, in cui morirono i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le loro scorte.
    Secondo il Gip di Caltanissetta, Alessandra Bonaventura Giunta, che ha firmato l’ordinanza cautelare, “deve ritenersi un dato acquisito quello secondo cui a partire dai primi giorni del mese di giugno del 1992 fu avviata la cosiddetta ‘trattativa’ tra appartenenti alle istituzioni e l’organizzazione criminale Cosa nostra”.

    Il giudice sottolinea come, però, “con riferimento al possibile coinvolgimento nella strage di via D’Amelio di soggetti esterni a Cosa nostra non sono emersi elementi di prova utili a formulare ipotesi accusatorie concrete a carico di individui ben determinati”.
    L’inchiesta è coordinata dal procuratore capo di Caltanissetta, Sergio Lari, dagli aggiunti Amedeo Bertone e Domenico Gozzo, e dai sostituti Nicolò Marino, Gabriele Paci e Stefano Luciani.

    Sconfessata l’ipotesi portata avanti dai certi mass media in questi anni come quella che a premere il detonatore fosse gente che si trovasse al Castello Utveggio e il fatto che ci fosse eventualmente una persona presente nel commando che azionò la bomba  non riconosciuta come appartenente a Cosa Nostra non significa affatto che fosse dei Servizi Segreti.

    Sconfessata tutta la linea portata avanti come fosse verità da coloro che hanno dunque teorizzato su intrusioni e inciuci e papelli, teorie che hanno consentito semmai a molti di essere sotot i riflettori ma senza alcun fondamento probatorio trovato dalla Procura.

    Su Massimo Ciancimino la Procura di Caltanissetta «non esprime un giudizio di attendibilità».

    Secondo il magistrato, il comportamento processuale di Massimo Ciancimino «è stato influenzato e distorto da una struttura della personalità connotata da marcati atteggiamenti istrionici».

    Il Gip si chiede se dietro ci sia «una strategia di depistaggio e calunnatoria» nei confronti delle Istituzioni «nell’interesse e con l’avallo di Cosa nostra o soltanto da Massimo Ciancimino per tutelare interessi personali» e se «dietro a questi atteggiamenti» invece «non si nasconda una regia occulta».

    La chiave di lettura della Procura di Caltanissetta, che lo ha  indagato per calunnia è nella eventuale convinzione di Massimo Ciancimino di «potere salvaguardare il proprio patrimonio e la propria persona dalle inchieste giudiziarie».

    Per il Gip di Caltanissetta, quindi, le uniche dichiarazioni di Ciancimino utilizzabili in processo sono quelle sull’inizio della trattativa tra mafia e Istituzioni, che trovano riscontro in testimonianze rese da personalità istituzionali allora ai vertici dello Stato.