‘Caporalato’ ad Alcamo, ricorsi rigettati e inammissibili. Chiesto divieto di dimora

Due rigettati, tre inammissibile e uno parzialmente inammissibile. Così si è espresso il tribunale del Riesame di Palermo sull’opposizione, presentata dalla procura di Trapani, contro la non applicazione delle misure cautelari nei confronti delle persone coinvolte nell’inchiesta sul caporalato nelle campagne alcamesi. Era stato il Gip, a suo tempo, a non ritenere necessario l’arresto degli indagati tranne che per Nicolò Lo Ciacio, 33enne, che venne posto ai domiciliari ma poi rimesso in libertà sempre dal Riesame.

Il ricorso della procura nei confronti dell’imprenditore agricolo, difeso dall’avvocato Massimo Gagliardo, è stato parzialmente rigettato ma è stato invece proposto il divieto di dimora, non esecutivo, nei comuni di Alcamo, Calatafimi e Castellammare del Golfo. Rigettato per intero il ricorso nei confronti del padre, Francesco Lo Ciacio, difeso da Vito Di Graziano.

Il tribunale del riesame ha invece ritenuto inammissibili i  ricorsi dei pm trapanesi, volti a richiedere le misure cautelari, per Girolamo Romeo, assistito sempre da Di Graziano, per Giuseppe Calia, difeso da Ettore Rodriquenz, e Salvatore Gucciardi, assistito dall’avvocato Vito Mancuso. Una situazione giudiziaria che rimane comunque ancora fluida, nonostante le varie pronunce abbiano sostenuto che non è ipotizzabile il reato di associazione per delinquere.

Il precedente pronunciamento, quello del tribunale del riesame delle misure reali, aveva invece dato ragione alla procura accogliendo il sequestro di 4 aziende degli indagati, quelle degli alcamesi Giuseppe Calia, Salvatore Gucciardo e della moglie di Vincenzo Coppola nonché quella del castellammarese Salvatore Mercadante, e di due autovetture, quelle utilizzate per accompagnare nelle campagne i lavoratori, poi sfruttati e sottopagati.