Oltre ottomila gli agricoltori siciliani e dalla Calabria che sono scesi per le vie del centro storico palermitano per la grande manifestazione della Coldiretti a Palermo, per dire a gran voce ‘Basta ai trafficanti di grano’. “Non è solo una battaglia per il prezzo, ma per la salute e la sovranità alimentare” ha dichiarato il segretario generale di Coldiretti, Vincenzo Gesmundo, scendendo in campo contro le speculazioni sul grano duro italiano. I numeri parlano chiaro: oggi gli agricoltori ricevono appena 28 euro al quintale, ossia 28 centesimi al chilo, mentre sugli scaffali un pacco di pasta si vende a circa 2 euro. Una forbice insostenibile, che secondo Coldiretti sta spingendo quasi 140mila aziende agricole, in gran parte al Sud, sull’orlo della chiusura.
Al centro della protesta, anche il tema delle importazioni: il grano canadese trattato con glifosato, così come quello proveniente da Russia e Turchia con pesticidi vietati in UE, continua a invadere il mercato italiano, deprimendo i prezzi e mettendo a rischio la qualità della pasta più amata al mondo. “Non possiamo accettare che il nostro grano venga sottopagato – ha ribadito Gesmundo – mentre sulle tavole arriva pasta prodotta con cereali coltivati senza rispettare le regole europee”. Per invertire la rotta, Coldiretti ha presentato un piano in 7 punti. Dalla creazione di una Commissione Unica Nazionale per garantire prezzi trasparenti, alla pubblicazione immediata dei costi medi di produzione da parte di Ismea; dall’aumento degli aiuti ai contratti di filiera allo stop delle importazioni sleali. Tra le misure più discusse, la richiesta di estendere a livello europeo l’obbligo di indicare l’origine del grano sulle confezioni di pasta, già in vigore in Italia. Strategico anche il capitolo infrastrutture: stoccaggi e invasi per creare riserve di cereali e acqua, fondamentali in un Paese esposto alla crisi climatica e idrica. Un tassello che si lega alla partita più ampia della sicurezza alimentare, in cui l’Italia rischia di giocarsi l’autonomia. La polemica, dunque, non è solo sul grano: è una questione di dignità per chi lo coltiva e di garanzie per chi lo mangia. Perché non basta vantarsi di essere “il Paese della pasta” se poi il frutto del lavoro dei nostri agricoltori viene schiacciato da logiche speculative e da importazioni senza regole.