Un’intervista pubblicata nei giorni scorsi sul podcast Lo Sperone condotto da Gioacchino Gargano, con protagonista Giuseppe Salvatore Riina, figlio del boss corleonese Totò Riina, ha scatenato una forte ondata di polemiche e prese di posizione istituzionali. Le dichiarazioni rese nel corso della chiacchierata — fra affermazioni che sminuiscono responsabilità storiche e paragoni singolari con vittime di genocidio— hanno provocato sdegno e richieste di verifiche sia sul piano penale sia su quello deontologico.
Annunciate denunce e segnalazioni, ma per molti osservatori il problema non è solo ciò che è stato detto, ma come è stato detto: l’assenza di contraddittorio, la mancanza di richiamo ai fatti giudiziari ormai accertati e la modalità stessa della conduzione — affidata a conduttori non iscritti all’albo dei giornalisti — hanno trasformato l’ospitata in una sorta di palcoscenico privo di bilanciamento critico, con il rischio di offrire una “riabilitazione narrativa” di un personaggio responsabile di crimini gravissimi. La reazione dell’Ordine dei giornalisti Sicilia è netta: «si prende atto con sconcerto dei contenuti della chiacchierata», si legge nel comunicato ufficiale, che definisce l’episodio «un’offesa alle vittime di Riina, a quelle della mafia in generale e a tutta la categoria dei giornalisti».
Anche l’Associazione della Stampa e la Commissione Antimafia hanno espresso preoccupazione: secondo l’Assostampa il caso mostra «la deriva sull’utilizzo dei social e dei podcast per produrre pseudo contenuti d’informazione da parte di non iscritti», con il concreto rischio di favorire disinformazione e revisionismi pericolosi. Il presidente della Regione Sicilia ha parlato di dichiarazioni «gravissime e offensive» verso la memoria delle vittime. Il podcast, travolto dalle critiche e dai commenti sui social, intanto è stato rimosso. Ma c’è già chi si appella alla ‘libertà di espressione’ e grida alla censura, facendo passare la santificazione di un boss mafioso per chissà quale atto rivoluzionario di democrazia.