Medico morto per senso del dovere. Due “eccellenze” per figli, Gabriele: “STATE IN CASA”

Nino Buttafuco in mezzo ai figli Gabriele (a sinistra) e Giuliano

Figlio unico, sportivo e gioviale, pochi parenti ad Alcamo ma un legame mai spezzatosi con la sua terra, dopo oltre 30 anni dal trasferimento al Nord per lavoro. Ritornava ogni estate, puntualmente, per trascorrere le vacanze nella sua casa di Guidaloca e per incontrare gli amici. Questo era Nino Buttafuoco, 66 anni, il primo alcamese morto per coronavirus, medico di famiglia nella “bergamasca”, proprio nell’epicentro della terribile epidemia.

In Lombardia, dove si era trasferito negli anni ’80 ed aveva cominciato la carriera medica facendo il dentista, gestiva dal 1994 due ambulatori, a Ciserano e Verdellino, assieme ad altri 3 colleghi. Nino è stato uno dei quindici medici di famiglia morti sul campo, per stare vicino agli assistiti, con grande senso del dovere. Mercoledì su facebook, poi riportato sul quotidiano “Eco” di Bergamo, il sindaco di Verdellino, Silvano Zanoli, così aveva dato l’annuncio: “Amici vi devo dare una triste notizia: il dottore Buttafuoco ci ha lasciato questo pomeriggio. Esprimo le più sentite condoglianze ai familiari, ricordando il grande senso del dovere che lo ha contraddistinto sino agli ultimi giorni di attività ambulatoriale. Buon viaggio dottore”.

Nino Buttafuoco, quando ancora viveva ad Alcamo, era stato il primo dj della cittadina, capace di fare scatenare i giovani nella rudimentale discoteca della “Sala Di Gregorio”. Carattere gioviale, ironico e schietto aveva fatto anche sport a certi livelli ed era stato campione italiano CSI di salto in lungo, premiato pure dal club Panathlon.

Moglie insegnante di lettere alle scuole medie, due figli maschi, Gabriele e Giuliano, entrambi artisti creativi, il primo come regista in ambito pubblicitario, il secondo come illustratore digitale. Nessuno dei due ha quindi scelto di studiare medicina come magari il padre avrebbe desiderato. Una vena artistica per entrambi, ereditata dalla nonna paterna, Caterina Rocca, sopraffina decoratrice di abiti da sposa. I due Buttafuoco, che mai hanno dimenticato le loro radici alcamesi, hanno reso costantemente orgogliosi papà e mamma e, nonostante siano molto giovani (Gabriele nato del 1989 e Giuliano nel 1992), hanno già ottenuto grossi traguardi.

D’altro canto come si fa a non essere orgogliosi di due figli maschi, ai quali puntualmente Nino raccomandava (con la frase ironica ‘occhio alla pinna’) di non “allargare la famiglia” tutte le volte che uscivano la sera o partivano in vacanza, che hanno raggiunto tali risultati? Il primogenito, Gabriele, velocista e atleta professionista, più volte in Nazionale, vanta 6.96 nei 60 metri indoor, 10.66 nei 100 piani e 7.23 nel salto in lungo. Con la macchina da presa, come regista e creative director, ha lavorato per Sky, Nike. Samsung nonché ha diretto la versione italiana di un videoclip di Arianna con la star giamaicana Shaggy.

Il fratello Giuliano, di tre anni più giovane, non è da meno. Illustratore digitale, laureato in graphic design, specializzato al “Mimaster” di Milano, ha già lavorato  per clienti nazionali e internazionali tra cui La Repubblica, Nike, Illy e Apple. La sua arte è arrivata anche in Inghilterra, allo stadio del Chelsea, dove l’ingegno di Giuliano ha ottenuto un grande spazio: il busto di Gianfranco Zola, ospitato nello store di Stamford Bridge, è stato creato proprio dal secondogenito di Nino Buttafuoco che lo ha offerto, al glorioso club londinese, via instagram.

La moglie e i figli del povero e amato medico di famiglia, passata la tremenda e tragica emergenza sanitaria, riprenderanno certamente i loro viaggi in Sicilia perché sentono il bisogno di ritornare alle loro radici. “Agli alcamesi e a tutti i siciliani, in questo momento di dolore – ha affermato Gabriele – dico soltanto di seguire alla lettera le norme imposte dal governo e quindi di STARE A CASA. Il coronavirus non è uno scherzo, è una tragedia che può facilmente sfuggire al controllo. Capisco che sia difficile accettarla e comprenderla, senza viverla direttamente come stiamo facendo noi – ha detto il figlio del medico ucciso dal Covid 19 -, ma bisogna STARE IN CASA per il bene di tutti”.