Settecento chili di corallo rosso del Mediterraneo, il prezioso Corallium rubrum, questo il bottino trovato e sequestrato dalla Guardia di Finanza al largo di Marettimo. Il prezioso carico, del valore stimato di oltre 500 mila euro, era nascosto a bordo di un’imbarcazione di dieci metri con a bordo tre uomini, tutti residenti nel Trapanese. L’allarme è scattato quando un aereo delle Fiamme gialle ha individuato nel Canale di Sicilia un natante che procedeva a velocità sostenuta verso le coste siciliane, proveniente verosimilmente dal Nord Africa. Il Guardacoste ha avviato l’intercetto e fermato l’imbarcazione nelle acque territoriali italiane. L’ispezione a bordo ha rivelato 22 pacchi attentamente sigillati contenenti il corallo.
Nessuna documentazione sulla provenienza, nessuna spiegazione da parte dei tre uomini a bordo. L’intero carico e la barca sono stati sequestrati, mentre i tre uomini sono stati segnalati all’Autorità giudiziaria per i reati di ricettazione e contrabbando. Il corallo rosso, la cui raccolta è rigidamente regolamentata e consentita solo a operatori autorizzati in specifici periodi dell’anno, continua a essere preda di un mercato nero che ne alimenta lo sfruttamento. Quella stessa materia prima che alimenta l’antica arte corallina di Trapani — gioielleria, oggetti devozionali, cornici, accessori — rischia oggi di essere l’elemento di un danno irreversibile agli ecosistemi marini e alle tradizioni che dovrebbero tutelarla.
A Trapani da secoli il corallo viene scolpito in gioielli raffinati, incastonato in argento o oro, plasmato in manufatti liturgici e opere decorative: una tradizione che affonda le radici nel XV secolo, quando famiglie di maestri corallai del Maghreb introdussero tecniche che hanno reso Trapani “capitale” del corallo nel Mediterraneo. Ma il Corallium rubrum è una specie molto vulnerabile: cresce lentissimo (pochi millimetri l’anno), vive su fondali rocciosi anche a grande profondità, ed è soggetta a normative molto stringenti. È protetta dalla Direttiva Habitat europea, dalla Convenzione di Berna, inserita tra le specie «in pericolo». E così, mentre i profitti illegali si moltiplicano, il Mediterraneo perde ancora una volta uno dei suoi tesori più fragili.