È scontro aperto tra tredici amministrazioni del Trapanese e il Governo regionale sulla nuova Legge di Stabilità siciliana. I sindaci di Buseto Palizzolo, Castellammare del Golfo, Custonaci, Erice, Gibellina, Paceco, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Salemi, Santa Ninfa, Valderice e Vita hanno inviato un documento congiunto alla Presidenza della Regione e ai deputati dell’Ars chiedendo la bocciatura immediata dell’articolo 16 del Ddl 2026-2028, definito “illegittimo, ingiusto e gravemente dannoso” per i bilanci comunali e per i cittadini. La norma arriverà in aula dal 9 dicembre e rischia di innescare uno scontro istituzionale senza precedenti. Il cuore della protesta riguarda la gestione del servizio idrico nei cosiddetti Comuni ex E.A.S. Per decenni l’Ente Acquedotti Siciliani ha garantito acqua, infrastrutture, contatori, letture e riscossione dei canoni, approvvigionandosi da Siciliacque in virtù di una convenzione valida fino al 2044. Ma dal 2020 l’Ente è in liquidazione coatta amministrativa, un fallimento di fatto che ha lasciato un vuoto gestionale colmato – almeno formalmente – dalla Regione Siciliana, chiamata per legge a subentrare, come stabilito in più sentenze definitive della Corte Costituzionale e del Tar Palermo. È proprio questo il nodo: i Comuni non possono erogare il servizio, non hanno contratti con gli utenti, non possono verificare i consumi e non dispongono legalmente dei contatori. Secondo sindaci e giuristi, dunque, pretendere che le amministrazioni locali paghino l’acqua consumata nei territori nel 2024 e 2025 – e negli anni successivi – per poi rivalersi “anche forfettariamente” sui cittadini, significa imporre un obbligo non solo irragionevole ma anche privo di base giuridica. Una forzatura che i primi cittadini bollano senza mezzi termini come un modo per scaricare sulle comunità locali le conseguenze dell’inerzia regionale nella gestione post-E.A.S. Le ricadute, denunciano, sarebbero devastanti: per sostenere questa spesa pluriennale, i Comuni dovrebbero tagliare gran parte dei fondi destinati ai servizi sociali, mentre per alcune amministrazioni si profilerebbe addirittura il dissesto finanziario. E anche se i tribunali dovessero annullare la norma in un secondo momento, il danno economico – avvertono – sarebbe comunque ormai compiuto e irreversibile.