La DIA di Trapani sequestra beni a imprenditore alcamese per 10 milioni di Euro

    di Antonio Pignatiello

     

    La Direzione Investigativa Antimafia di Trapani ha sequestrato beni per un valore complessivo valutato in oltre 10 milioni di euro che sarebbero riconducibili secondo gli inquirenti a Giuseppe Montalbano, 44 anni, di Alcamo, imprenditore edile. Il provvedimento e’ stato disposto dal Tribunale di Trapani, della Sezione Misure di Prevenzione. Riguardano ditte individuali, societa’ di capitali, appezzamenti di terreno, fabbricati, veicoli industriali, auto e disponibilita’ finanziarie. In particolare sono stati sequestrati 8 appezzamenti di terreno; 38 fabbricati di recente realizzazione; 7 tra autoveicoli, autocarri e betoniere; 3 compendi aziendali; 7 quote societarie; 10 deposti bancari; 3 polizze assicurative. Montalbano, indiziato di appartenere all’associazione mafiosa Cosa nostra operante nel trapanese, e’ figlio di Pietro, anziano uomo d’onore della famiglia mafiosa di Alcamo, nonche’ nipote di Nunzio Montalbano, 70 anni, ucciso ad Alcamo la sera del 26 aprile 1991.

    L’imprenditore viene indicato come fiancheggiatore nonche’ prestanome di latitanti alcamesi ed inserito nella cosca capeggiata dal capo mandamento di Alcamo Vincenzo Milazzo, dei Corleonesi, ucciso insieme alla fidanzata Antonella Bonomo per non aver saputo tenere testa alla guerra di mafia con gli Stiddari alcamesi, guerra che provocò oltre 30 morti.

    Montalbano non era affatto sconosciuto agli inquirenti. Sul finire degli anni ’90, la Dia, nel condurre una serie di indagin nel mandamento di Alcamo, eseguì un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 43 persone, indagate a vario titolo per associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidi, sequestro di persona, estorsioni, riciclaggio di denaro di provenienza illecita, danneggiamenti, detenzione e porto illegale di armi. Tra i destinatari del provvedimento, oltre ad alcuni esponenti di primissimo piano della cosca, vi era anche Giuseppe Montalbano, a cui Cosa nostra avrebbe affidato compiti di supporto logistico a latitanti e l’esecuzione di danneggiamenti finalizzati all’attivita’ estorsiva.

    In particolare, l’imprenditore e’ stato indagato per avere predisposto quanto necessario per garantire rifugio ed assistenza a vari appartenenti a Cosa nostra, al tempo latitanti, tra cui Vincenzo Milazzo, Antonino Alcamo, Pietro Interdonato e Vito Di Liberto, fungendo da tramite, secondo gli investigatori, tra costoro e altri appartenenti alla cosca per il recapito di messaggi, fornendo agli uomini d’onore, anche di propria iniziativa, informazioni e notizie comunque utili. In occasione dell’arresto dei latitanti Vincenzo Melodia, Antonino Alcamo, Pietro Interdonato e Vito Orazio Di Liberto, avvenuto a Calatafimi, nel 1993, e’ stato trovato un cellulare che gli investigatori hanno accertato avrebbe avuto numerosi contatti telefonici con un cellulare in uso proprio a Montalbano.

    Inoltre, l’imprenditore e’ ritenuto responsabile, in concorso con altri di un attentato incendiario all’abitazione di un sottufficiale della Guardia di Finanza e di avere illegalmente detenuto, e portato in luogo pubblico, tre candelotti esplosivi avvolti con nastro adesivo con innesco formato da miccia catramata, innestata all’interno di un pacco.