Devastante terremoto del Belice, 54 anni dopo. Ricostruzione da completare

La prima forte scossa si avvertì alle 13:28 del 14 gennaio del 1968, 54 anni fa, e provocò gravi danni in diversi comuni belicini soprattutto a Montevago, Gibellina, Salaparuta e Poggioreale. Una seconda alle 14:15, molto forte, che fu sentita fino a Palermo, Trapani e Sciacca. Due ore e mezza più tardi, alle 16:48, ci fu una terza scossa, che causò danni gravi a Gibellina, Menfi, Montevago, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Salemi, Santa Margherita di Belice, Santa Ninfa e Vita. Nella notte fra 14 e 15 gennaio, alle ore 2:33, una scossa molto violenta causò gravissimi danni e si avvertì fino sull’isola di Pantelleria. Ma la scossa più forte si verificò poco dopo, alle ore 3:01, e causò gli effetti più gravi, devastanti, che distrussero buona parte dei paesi della valle del belice e in tre province, Trapani, Palermo e Agrigento.

Le vittime accertate furono complessivamente più di 300 e i feriti oltre 700, pochi rispetto ai danni perché molti abitanti avevano trascorso la notte all’aperto. Le poche mura ancora rimaste in piedi crollarono completamente in seguito alla fortissima scossa che arrivò una decina di giorni dopo, il 25 gennaio, alle ore 10:56. Dopo quest’ultimo episodio le autorità proibirono anche l’ingresso nelle rovine dei paesi di Gibellina, Montevago e Salaparuta. Furono registrate strumentalmente 345 scosse, con 81 di queste con magnitudo pari o superiore a 3, tra il 14 gennaio e il 1º settembre del 1968. Da allora la ricostruzione è stati sempre tormentata e mai totalmente completata. Nel giorno del 50esimo anniversario, con la presenza a Partanna del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il presidente del comitato dei sindaci, Nicola Catania, parlò di sogno della rinascita che era a portata di mano. “Le attività produttive sono state rilanciate, l’agricoltura è stata modernizzata – ebbe a dire -. Sono stati promossi i beni culturali e aperti nuovi musei come luoghi della memoria civile. Il Belice chiede solo di chiudere con poche risorse la pagina del terremoto”. I primi cittadini della Valle nutrivano quindi ancora molte speranze e il tormentato cammino sembrava ad un passo dalla sua conclusione. Molte di quelle parole, però, pronunciate quattro anni, svanirono ancora una volta quasi nel nulla.