È iniziato oggi davanti alla Corte d’Assise di Busto Arsizio, il processo per l’omicidio di Teresa Stabile, 55 anni, originaria di Alcamo, uccisa il 16 aprile scorso nel cortile del complesso residenziale in cui abitava a Samarate. Imputato è il marito, Vincenzo Gerardi. Per l’accusa l’avrebbe aggredita con quindici fendenti al termine di mesi segnati da minacce e pressioni psicologiche. La vicenda attraversa due territori — dalla Sicilia alla Lombardia — e ripercorre un matrimonio lungo quarant’anni che, secondo la ricostruzione della Procura, sarebbe stato caratterizzato da controllo e dipendenza. Stabile aveva avviato la separazione con l’assistenza dell’avvocata Manuela Scalia, lasciando l’abitazione coniugale per trasferirsi nell’appartamento dei genitori, situato nello stesso stabile. Una scelta che, per gli inquirenti, l’imputato non avrebbe mai accettato.
Durante l’udienza inaugurale, la difesa — rappresentata dall’avvocato Vito Di Graziano — ha chiesto di unificare il procedimento per omicidio con un fascicolo per violenza privata scaturito dalla denuncia di uno dei figli. La Corte, presieduta dal giudice Giuseppe Fazio, ha però respinto l’istanza. Il dibattimento resta dunque concentrato sul delitto e sul presunto contesto persecutorio che lo avrebbe preceduto. Altro tema centrale sarà la capacità di intendere e di volere dell’imputato. La difesa ha depositato una consulenza tecnica di parte e non si esclude che, dopo l’audizione del perito, possa essere disposta una perizia psichiatrica collegiale. Un passaggio che potrebbe incidere sull’impianto accusatorio e sulle eventuali responsabilità penali. Si sono costituiti parte civile i figli, i genitori e la sorella della vittima. In aula non ci sono stati contatti visivi tra l’imputato e i familiari, in un clima di forte tensione, dopo mesi nei quali — è stato riferito — l’uomo avrebbe tentato invano di comunicare con i figli tramite lettere, iniziative definite dalla parte civile «una intrusione». Secondo l’accusa, prima dell’omicidio si sarebbero verificati episodi sempre più allarmanti: dalla simulazione di un suicidio con messaggi d’addio alle minacce crescenti, fino all’aggressione mortale del 16 aprile.