Corte d’Appello di Palermo. Beni confiscati a Montalbano arriva la restituzione

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Lo Stato dovrà restituire i beni, valutati in 10 milioni di euro, confiscati all’imprenditore alcamese Giuseppe Montalbano. La sezione misure di prevenzione della Corte d’Appello di Palermo, ha revocato la confisca dei beni, dopo avere esaminato i carteggi prodotti dalla difesa, sostenuta dagli avvocati Giuseppe Oddo e Tiziana Pugliesi. “Quel patrimonio è frutto della sue capacità imprenditoriali e non inquinato da infiltrazioni mafiose”. Questo in sintesi il contenuto del decreto di revoca, che ribalta la decisione presa al Tribunale di Trapani. Alla decisione della Corte d’appello non sarà fatto ricorso in Cassazione. Lo Stato dovrà restituire tutto e già Giuseppe Montalbano ha preso contati con l’amministratore giudiziario. Ma il patrimonio si è più che dimezzato poiché i beni versano in abbandono dal giorno del sequestro avvenuto nel novembre del 2011. Montalbano è intenzionato a intraprendere la via del risarcimento dei danni, compresi quelli per l’ingiusta detenzione. “Ho sempre avuto fiducia nella magistratura – dice Montalbano- sin dal primo momento ho cercato di dimostrare, carte alla mano, la liceità di provenienza del mio patrimonio. Ora i giudici mi hanno dato ragione e non ci sarà ricorso in Cassazione contro il decreto della Corte d’appello”. Il sequestro dei beni avvenne sette anni fa a seguito di indagini della Dia secondo la quale “Montalbano era l’emblema della nuova strategia mafiosa cioè quella di lavorare sotto traccia mescolandosi tra colletti bianchi, occupandosi più di affari economici che altro”. Secondo gli investigatori era indiziato di appartenere a cosa nostra per le sue frequentazioni con mafiosi dalla guerra di mafia del 1991 e che avrebbe garantito rifugio e assistenza anche a mafiosi latitanti come l’alcamese Vincenzo Milazzo. Accuse che ha sempre respinto. Suo padre Pietro, di professione camionista era ritenuto vicino alla mafia alcamese. Un suo zio venne assassinato davanti al distributore di benzina che gestiva in via Porta Palermo e venne considerata una vittima innocente, uccisa durante la guerra di mafia del 1991. Lo stesso imprenditore venne arrestato alla fine degli anni ’80 durante l’operazione antimafia “Arca” assieme ad altre 40 persone per avere, secondo l’accusa, dato assistenza a mafiosi. Ad accusarlo il pentito alcamese Armando Palmeri. Trascorse tre mesi in carcere e poi la sua posizione venne archiviata dal giudice. Montalbano venne arrestato nel gennaio del 2015 con l’accusa di avere distratto ingenti somme di denaro in paesi del Medio Oriente e precisamente in Oman con cessione fittizia di beni. Subì una carcerazione preventiva di nove mesi. Nel dicembre 2016 il Gip del tribunale di Trapani lo assolse dall’accusa di bancarotta fraudolenta, ma nel frattempo era scattata la confisca dei beni, ora revocata in sede di giudizio d’appello. Si tratta forse di uno dei pochi casi in Italia in cui beni confiscati ritornano definitivamente al proprietario. Giuseppe Montalbano, mentre lavorava nell’edilizia subì tre attentati incendiari: prima un camion, poi la sua Bmw e infine l’ingresso del suo ufficio nella via generale Medici. Durante le intercettazioni dell’operazione antimafia “Cemento libero” e “Abele” vennero intercettate conversazioni che parlavano di richieste di pizzo a Giuseppe Montalbano.