Condanna in appello per D’Alí, motivazioni pesantissime. Il politico era a disposizione della mafia

“D’Alì ha manifestato la propria disponibilità o vicinanza verso Cosa Nostra dai primi anni ’80 e fino agli inizi del 2006 e comunque non vi è prova di una condotta di desistenza dell’imputato incompatibile con la persistente disponibilità ad esercitare le proprie funzioni ed a spendere le proprie energie in favore del sodalizio mafioso”. Lo hanno scritto i giudici della corte d’appello di Palermo, nelle motivazioni della sentenza con cui, poco prima dell’estate, l’ex senatore di Forza Italia venne condannato a sei anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa con interdizione perpetua dai pubblici uffici.

138 le pagine della sentenza che riassumono i rapporti consolidati, secondo i giudici, con i Messina Denaro, fin dai tempi del vecchio don Ciccio, campiere dei terreni della famiglia D’Alì. Il politico trapanese, eletto con Forza Italia nel 1994 è stato senatore per vent’anni, “intrattenendo relazioni” con Cosa Nostra, anche durante i cinque anni in cui, sempre secondo la sentenza di condanna, è stato sottosegretario agli interni del governo di Silvio Berlusconi, dal 2001 al 2006. Secondo i giudici “D’Alì ha concluso nel 2001 un patto politico/mafioso con Cosa Nostra in forza del quale il sodalizio gli avrebbe garantito l’appoggio elettorale che ha consentito all’imputato di essere nuovamente eletto al Senato (elezione che poi ha fatto scaturire l’acquisizione dell’incarico di sottosegretario dell’Interno).

Sulla base di ciò, secondo la corte presieduta da Antonio Napoli, “deve ritenersi che il reato in oggetto è stato commesso da D’Alì fino al 2006. Inoltre, nelle motivazioni depositate in questi giorni in cancelleria, si arriva alla conclusione che “il reato, essendo cessato nel 2006, non era prescritto quando l’11 maggio 2012 è stato disposto il rito abbreviato che interrompe i termini della prescrizione. Un processo, quello all’ex senatore D’Alì, che seppur disposto con il rito abbreviato è durato un paio di decenni. Tra i nuovi episodi, ricostruiti durante il processo d’Appello bis, e riportati nella sentenza depositata giovedì, ci sono il trasferimento del prefetto Fulvio Sodano, voluto dal senatore D’Alì, e il tentativo di frenare il rilancio della Calcestruzzi Ericina, l’azienda confiscata al boss Vincenzo Virga, che la mafia trapanese voleva portare al fallimento.