Castelvetrano: processo Eden, 6 condanne

Il giudice per le udienze preliminari ha condannato 6 degli 8 imputati al processo Eden, scaturito nell’ambito di un’inchiesta antimafia ai danni di fiancheggiatori e prestanome del boss latitante di Castelvetrano Matteo Messina Denaro. Scagionato dall’accusa di favoreggiamento per prescrizione l’imprenditore Rosario Pinto, assolto invece Giovanni Faraone, meccanico anche lui accusato di favoreggiamento. Condannato a 5 anni e 4 mesi, Lorenzo Cimarosa, mentre per intestazione fittizia di beni sono stati condannati rispettivamente a 3 anni e 6 mesi e 3 anni Lea Cataldo e il marito Francesco Luppino. Il cugino di Matteo Messina Denaro, Mario Messina Denaro, che dovrà scontare una pena di 4 anni e 2 mesi, è accusato di tentativo di estorsione nei confronti di Elena Ferraro, presidente della Hermes srl di Castelvetrano, mentre a 8 anni e 2 mesi è stato condannato il presunto capomafia di Campobello Nicolò Polizzi. Quest’ultimo avrebbe contribuito a realizzare riunioni tra il capomafia campobellese Francesco Luppino ed altri mafiosi palermitani. Avrebbe anche consentito alla mafia campobellese il controllo su attività economiche già sottoposte ad amministrazione giudiziaria, mantenendo rapporti con Matteo Messina Denaro assicurandogli il supporto per la latitanza. Sarebbe inoltre intervenuto per procurare voti nelle consultazioni elettorali. Infine per corruzione, dovrà scontare due anni Giuseppe Marino, arresto eccellente il suo in quanto funzionario tecnico del Ministero della Giustizia, in servizio presso il Provveditorato regionale Dipartimento Amministrazione di Palermo e figlio del giudice Vito Ivan Marino, presidente vicario della corte d’appello di Palermo. Un processo che ha visto alla sbarra 30 presunti favoreggiatori del boss latitante, tra cui 4 indagati che hanno patteggiato la pena. Per gli otto giudicati oggi  si è celebrato il rito abbreviato, per gli altri l’ordinario che vede imputati anche la sorella del latitante, Patrizia Messina Denaro, e Francesco Guttadauro,  nipote del boss. Il prossimo 5 giugno si deciderà sull’ammissione delle parti civili. Il “dichiarante” Cimarosa, cugino di Matteo Messina Denaro, non ha avuto concessa la speciale attenuante prevista per i pentiti che contribuiscono in modo rilevante alle indagini, ma soltanto quelle generiche. Tra le altre cose Cimarosa aveva anche dichiarato: “Non sono un pentito, non mi sento mafioso”. La Cataldo e il marito avrebbero riacquisito l’esercizio della Fontane d’oro s.a.s., società olearia sequestrata nel giugno del 2009 e da allora in amministrazione giudiziaria, mediante la stipula di due contratti di affitto di rami d’azienda con titolari apparenti. Intanto per l’accusa Patrizia Messina Denaro (nella foto durante l’arresto) avrebbe preso in mano le redini del mandamento in mancanza del fratello latitante, con cui continuava ad intrattenere rapporti soprattutto di tipo economico per supportare il capo mafia di Castelvetrano.

the Coast Guard
wandtatoos küche The Big Idea Behind The Doll Market

young daughter pants within the 1800s
louis vuitton purses
High School of Fashion Industries 2013 fashion show