Sentenza Scialandro, appello bis, pene confermate e condanne aggravate

di Redazione Alpa Uno ·

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La Corte d’Appello di Palermo chiude il secondo capitolo dell’operazione “Scialandro” e conferma l’impianto accusatorio della Direzione distrettuale antimafia: dieci imputati ritenuti parte della rete mafiosa attiva tra Custonaci, Trapani e Valderice restano condannati per associazione mafiosa, con alcune pene persino aggravate rispetto al primo grado. È la fotografia giudiziaria di una Cosa Nostra meno appariscente, ma non meno pericolosa, capace di insinuarsi nella vita quotidiana, nell’economia e nelle istituzioni locali. L’inchiesta aveva acceso i riflettori su un sistema che puntava al controllo sociale attraverso leve decisive per il territorio. Prima fra tutte l’acqua. Governare forniture e approvvigionamenti idrici significa esercitare potere su famiglie, aziende agricole e imprese. Altro fronte strategico era quello del marmo di Custonaci, uno dei poli estrattivi più importanti d’Europa. Secondo l’accusa confermata in appello, il tentativo era quello di inserirsi nelle forniture, nei servizi collegati e nello smaltimento dei materiali di risulta. Tra i nomi più pesanti compare Giuseppe Costa, già noto per il coinvolgimento nel sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo. Per lui la pena è stata rideterminata a 3 anni, rispetto ai 4 anni e 10 mesi del primo grado, per un ricalcolo legato alla continuazione con precedenti condanne. Pene più severe invece per l’ex vicesindaco di Custonaci Carlo Guarano e per Roberto Melita, entrambi condannati a 8 anni e 6 mesi. Ed è proprio la posizione dell’ex amministratore a rappresentare uno dei nodi più inquietanti dell’intera vicenda: l’infiltrazione politica. Non a caso il Comune di Custonaci si è costituito parte civile insieme ad associazioni antimafia. Un segnale di rottura con chi avrebbe tradito l’istituzione dall’interno, ma anche un tentativo di riparare un danno d’immagine e di fiducia che pesa sull’intera comunità. Restano confermate anche le altre condanne: 8 anni a Paolo Magro; 7 anni e 4 mesi a Gaetano Barone e Santo Costa; 4 anni e 4 mesi a Luigi Grispo; 2 anni ad Andrea Internicola. Confermate inoltre le posizioni di Giuseppe Maltese e Vito Manzo. L’operazione Scialandro conferma che la mafia non sempre alza la voce. E quando ci si accorge della sua presenza, di solito è già entrata dalla porta principale.

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