“Rita Atria deve pagare il canone Rai”, la beffa burocratica sulla memoria

Lo Stato non riapre le indagini sulla sua morte, ma le chiede di pagare il canone Rai. Trentaquattro anni dopo la tragedia di Rita Atria, la giovane testimone di giustizia morta a Roma una settimana dopo la strage di via D’Amelio, una richiesta di pagamento da 138 euro intestata al suo nome è arrivata nella sede legale dell’associazione antimafia che la ricorda.
A denunciare l’episodio è Nadia Furnari, vicepresidente dell’associazione nata a Milazzo nel 1994 in memoria della ragazza di Partanna. «Lo Stato non risponde alle nostre richieste di riaprire l’indagine sulla sua morte. Però chiede a Rita Atria di pagare il canone Rai», accusa Furnari. La richiesta, spiega l’associazione, sarebbe arrivata in un appartamento dove non si svolge alcuna attività sociale e dove il canone viene già regolarmente versato. «Manderemo una Pec per contestare tutto, ma resta la sciatteria di un episodio incredibile», aggiunge. Dietro quella che potrebbe sembrare una svista amministrativa riaffiora però una storia che continua a interrogare lo Stato e la coscienza civile del Paese. Rita Atria nacque a Partanna il 4 settembre 1974, in una famiglia mafiosa della Valle del Belice. Dopo l’uccisione del padre Vito e del fratello Nicola, entrambi legati alla cosca locale, decise di rompere il muro dell’omertà seguendo l’esempio della cognata Piera Aiello.
Nel novembre del 1991 si presentò alla Procura di Marsala e iniziò a collaborare con il giudice Paolo Borsellino, che per lei diventò una figura paterna. Le sue dichiarazioni permisero agli investigatori di ricostruire gli equilibri mafiosi tra Partanna, Marsala e Sciacca, portando ad arresti e inchieste decisive. Per quella scelta Rita venne rinnegata dalla madre e isolata dalla sua comunità. Lo Stato la trasferì a Roma sotto protezione. Il 26 luglio 1992, sette giorni dopo l’attentato di via D’Amelio in cui morì Borsellino, Rita Atria precipitò dal balcone del suo appartamento romano. Aveva 17 anni. La morte venne archiviata come suicidio, ma da anni l’associazione e l’avvocato Goffredo D’Antona chiedono alla Procura di Roma di riaprire il caso, evidenziando lacune investigative e incongruenze mai chiarite.