Morte di Simona Cinà a Bagheria, la Procura chiede l’archiviazione

A quasi un anno dalla morte di Simona Cinà, la pallavolista ventenne di Capaci trovata senza vita nella piscina di una villa privata a Bagheria durante una festa di laurea, la Procura di Termini Imerese ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta. La giovane venne ritrovata sul fondo della piscina intorno alle quattro del mattino del 2 agosto dello scorso anno, quando la festa stava ormai terminando. Furono alcuni degli ultimi invitati a notarla e a tuffarsi per tentare di soccorrerla, mentre i sanitari del 118, una volta arrivati sul posto, non poterono fare altro che constatarne il decesso. Fin dall’inizio la vicenda ha sollevato numerosi interrogativi.
La Procura aprì un fascicolo per omicidio colposo a carico di ignoti e dispose l’autopsia per chiarire se la morte fosse stata causata da annegamento, da un malore improvviso o da altre circostanze. Gli esami autoptici e tossicologici hanno poi evidenziato un elevato tasso alcolemico nel sangue della ragazza, escludendo invece l’assunzione di sostanze stupefacenti. Inoltre, gli accertamenti medico-legali non avrebbero riscontrato segni di violenza sul corpo. Sulla base di questi elementi, i magistrati ritengono che la morte sia stata il tragico esito di un incidente. Nella richiesta di archiviazione sottolineano anche che, considerata la presenza di oltre trenta persone alla festa, l’ipotesi di una colluttazione o di un’aggressione difficilmente sarebbe potuta passare inosservata. Una ricostruzione che la famiglia di Simona continua però a respingere.
I genitori e i fratelli della giovane hanno annunciato opposizione alla richiesta di archiviazione, affidando a una lettera aperta tutta la loro amarezza. Sostengono di non aver mai ottenuto una spiegazione convincente su come una ragazza sportiva, esperta nuotatrice e in buona salute possa essere morta annegata nel pieno di una festa, senza che nessuno si accorgesse della sua assenza o della sua presenza in acqua. Restano, secondo i familiari, troppe domande senza risposta. La parola passa adesso al giudice per le indagini preliminari, che dovrà decidere se accogliere la richiesta della Procura o disporre nuovi approfondimenti investigativi. Per la famiglia, intanto, la battaglia per arrivare a una verità che ritiene ancora incompleta è tutt’altro che conclusa.