Miriam Indelicato, la laurea annunciata ma non frequentava da due anni

di Redazione Alpa Uno ·

Miriam Indelicato, la laurea annunciata ma non frequentava da due anni

Tutte le morti impongono rispetto e rigore nel racconto, ma ancora di più quella di Miriam Indelicato, 23 anni, studentessa originaria di Santa Ninfa trovata senza vita nell’androne del palazzo in cui abitava, in via Bolzano, nel quartiere Trieste a Roma: secondo i primi rilievi, Miriam sarebbe precipitata dall’alto all’interno della tromba delle scale. A scoprire il corpo, ieri mattina intorno alle 10, è stato il portiere. Inutili i soccorsi. Gli investigatori non escludono alcuna pista compresa quella dell’incidente domestico e l’istigazione al suicidio. La Scientifica ha eseguito rilievi nell’appartamento della ragazza e sequestrato dispositivi elettronici per ricostruire le ultime ore di vita e verificare eventuali elementi utili alle indagini. La giovane, che aveva annunciato la laurea in giurisprudenza alla LUISS Guido Carli, non risultava però più iscritta da due anni. I genitori erano arrivati dalla Sicilia proprio nelle stesse ore, convinti di assistere alla discussione della tesi prevista nel pomeriggio. E nel mondo dei social iniziano già a circolare opinioni, e con queste anche giudizi e colpevoli. È proprio qui che il racconto deve cambiare passo. Perché questa vicenda non può essere compressa in letture affrettate. In casi analoghi, gli esperti parlano di dinamiche complesse, tra cui quella che viene definita “trappola della bugia benevola”, legate più alla percezione del fallimento che al fallimento stesso. Così come il momento della laurea, spesso raccontato come un traguardo lineare, può trasformarsi in un passaggio critico, soprattutto quando si accumulano aspettative e ritardi difficili da condividere. Ma ogni generalizzazione, in questo caso, rischia di essere fuorviante. Saranno gli accertamenti a stabilire cosa è accaduto nelle ultime ore di Miriam e quale sia la verità dei fatti. Resta però una responsabilità più ampia, che riguarda il modo in cui queste storie vengono affrontate. Scardinare il tabù del fallimento, costruire contesti in cui sia possibile dire “mi sono fermato” senza paura di essere giudicati, significa intervenire prima, quando il disagio è ancora intercettabile. Perché se le indagini devono fare il loro corso, il dibattito pubblico dovrebbe almeno evitare un errore: trasformare il bisogno di capire in fretta di spiegare.

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