L’olimpionico Antonino Pizzolato condannato in primo grado per violenza sessuale

di Redazione Alpa Uno ·

Bronzo olimpico ma non dimentica le sue radici. Pizzolato, ospite ad Alcamo, mostra grande umanità

Cinque anni e quattro mesi di reclusione per violenza sessuale di gruppo. È la condanna inflitta dal Tribunale di Trapani al pesista olimpico Antonino Pizzolato, 30 anni ad agosto, originario di Castelvetrano, due volte medaglia di bronzo ai Giochi Olimpici di Tokyo e Parigi e atleta delle Fiamme Oro. Insieme a lui sono stati condannati alla stessa pena Davide Lupo, Claudio Tutino e Stefano Mongiovì. Le difese hanno già annunciato ricorso in appello. Secondo la ricostruzione accolta dal Tribunale, i fatti risalgono alla notte del 22 luglio 2022. I quattro avrebbero conosciuto una turista finlandese di 27 anni in un ristorante del Trapanese. Dopo che le due amiche della giovane si erano allontanate, la ragazza sarebbe rimasta con gli imputati che, approfittando del suo stato di alterazione dovuto all’alcol, l’avrebbero accompagnata in un residence, dove sarebbe stata costretta a subire rapporti sessuali contro la propria volontà. L’episodio si sarebbe concluso quando la donna, in lacrime, chiese di essere riaccompagnata in albergo. La Procura aveva chiesto una condanna a dieci anni per Pizzolato. Nel corso della requisitoria, i pubblici ministeri avevano sostenuto che nel processo non fosse emerso alcun elemento oggettivo capace di dimostrare il consenso della giovane, tesi invece sempre sostenuta dagli imputati durante il procedimento. Soddisfazione è stata espressa dalla parte civile. L’avvocato Nicola Pellegrino ha parlato di una decisione che “restituisce centralità alla voce della persona offesa, al suo dolore, alla sua dignità e al coraggio con cui ha affrontato il processo”, pur sottolineando come in vicende di questo tipo “non esistano vittorie piene”. Non è la prima volta che il nome dell’atleta finisce al centro delle cronache. Nel 2018 la Federazione Italiana Pesistica lo sanzionò con una sospensione di dieci mesi a seguito di un procedimento disciplinare per comportamenti ritenuti violenti e intimidatori nei confronti di altri atleti del Centro di preparazione olimpica dell’Acquacetosa di Roma. La Procura federale contestò minacce, atti di prevaricazione e, in alcuni casi, episodi di violenza fisica e comportamenti assimilabili al bullismo, vicenda che all’epoca suscitò un forte dibattito all’interno dell’ambiente sportivo.

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